Un popolo che si ribella
è come la poesia:
sfida la violenza
e la morte

TAHAR BEN JELLOUN
28/05/2011
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Tahar Ben Jelloun

Tahar Ben Jelloun non distingue tra poesia e azione. C'è una poesia nella rivoluzione e una rivoluzione nella poesia e osservarle crescere insieme è ciò che nutre la sua ultima scrittura. Sostiene che "ogni faccia è simbolo di vita", che "ogni vita merita rispetto" e che "i dittatori farebbero bene a leggere i poeti". Perché gli scrittori sono visionari e ci insegnano a comprendere la società che descrivono, andando oltre l'aspetto visibile delle cose. Ben Jelloun, dopo un incontro mattutino con alcuni studenti di francese di alcune scuole di Vicenza e provincia, è stato ospite ieri sera dell'incontro conclusivo del festival "Dire poesia" 2011, giunto alla terza edizione. Moderato dallo scrittore e poeta Paolo Ruffilli, l'evento è stato organizzato in collaborazione con il Festival Biblico.
Nato a Fe'z in Marocco nel 1944, dopo la laurea in filosofia Ben Jelloun si è trasferito a Parigi, dove vive tuttora affiancando l'attività di giornalista a quella di scrittore. Nel 1987 ha vinto il premio Goncourt. "La rivoluzione dei gelsomini. Il risveglio della dignità araba" è il suo ultimo libro, pubblicato da Bompiani.

Ben Jelloun, lei ha definito nel suo ultimo libro la rivoluzione araba degli ultimi mesi come una "poesia che sgorga dal cuore di un poeta". Che cosa c'è di poetico nella rivoluzione e di rivoluzionario nella poesia?
Quando un popolo si ribella è commovente. Mi ha molto commosso all'inizio vedere i tunisini che uscivano dalle case e manifestavano per strada, affrontando la polizia. È una specie di sfida alla violenza e alla morte. E nello stesso tempo anche la poesia è una sfida alla morte e al tempo: è necessario che sia assoluta, non può essere piccola. Deve essere grande e straordinaria altrimenti non vale la pena di scriverla. È per questo che ci sono così pochi poeti. Quello che c'è di rivoluzionario nella poesia risiede nel fatto che, anche se il poeta non parla di rivoluzione, trasporta nella poesia un modo rivoluzionario di vedere il mondo. Le persone vedono le cose, ma non vedono quello che c'è dietro alle cose. Credo che un grande poeta veda quello che un uomo comune non riesce a vedere. Se prendiamo Rimbaud, che ha vissuto e scritto molto poco, in qualche pagina ha saputo descrive la sostanza stessa della condizione umana. Come Baudelaire. I più grandi poeti sono questo: persone che vivono una sorta di illuminazione e che hanno questa capacità di andare al di là del visibile.

Lei ha infatti definito il poeta un "visionario, non chiaroveggente, ma capace di sentire ciò che deve assolutamente cambiare". La poesia è dunque profezia? Come può avere un fine sociale?
No, non ha niente a vedere con la profezia. Un visionario vede quello che noi non vediamo. Il poeta non è un ciarlatano. Ci sono moltissimi poeti al mondo che hanno scritto cose terribili sulla tortura, sull'assenza di reazione, sulla rassegnazione. C'è un poeta iracheno, Mouzafar Nawab, che cominciava le sue poesie con degli insulti. Era talmente in collera contro l'apatia del popolo arabo che li insultava. Nessun libro può sostituire le masse perché ciò che le muove è l'indignazione. I libri e i poeti preparano lo sviluppo di questa rivoluzione.

Lei descrive lo spazio che il mondo arabo sta aprendo a nuovo valori, quali la libertà e l'attenzione all'individuo. È una forma di avvicinamento all'Occidente e ai suoi valori nati con la Rivoluzione francese?
Sono valori universali, non appartengono all'Occidente né a qualcun altro.

Ma fino ad ora a baluardo di questi valori si è posto l'Occidente. O no?
Sì, ma la Rivoluzione francese è stata tragica e violenta. La storia purtroppo a volte avanza attraverso dei massacri. È per questo che oggi quando si dice che la gente è delusa in Egitto e in Tunisia mi dico che è normale. La rivolta ha avuto luogo, ma non può portare ad una soluzione immediata: non è un pic-nic in cui si apparecchia la democrazia. Chiede del tempo ed è normale che richieda violenza. Non dico che sia bello, ma è prevedibile.

Dunque i valori per i quali sta combattendo il mondo arabo sono valori ai quali alla fine arriva ciascun popolo?
Voglio dire che i popoli arabi sono rimasti per sessant'anni in uno stato di rassegnazione e disperazione e la politica di ingiustizia di Israele ha partecipato al risveglio dei popoli arabi. Quello che è straordinario è che queste rivolte non sono nate per criticare l'occidente, la politica del mondo arabo o Israele; non sono nate per prendere il potere, ma per cambiare le cose e avere dei valori. È la prima volta, è straordinario. Vogliono un'altra vita e la morte non li scoraggia. In Siria ci sono stati più di 1600 morti, ma la gente continua ad uscire lo stesso, nonostante l'esercito e la polizia.

Lei ha scritto il suo libro quando in Libia le cose erano ancora in fase iniziale. Ora la guerra è scoppiata e Gheddafi non è intenzionato a lasciare il paese. Qual è la differenza rispetto a Mubarak e a Ben Ali? Cosa succederà?
La fortuna dell'Egitto e della Tunisia sta nel fatto che l'esercito ha ceduto alla popolazione. Se l'esercito non avesse rovesciato il movimento, si starebbe ancora combattendo. In Libia c'è l'esercito, la tribù, che non hanno alternative: continuano a combattere finché non muoiono. È un sistema militare, come la Siria. Per quanto riguarda ciò che succederà non so dirlo, ma una cosa è certa: non si tornerà più indietro.

Qual è il rapporto tra i suoi romanzi e la sua poesia e il suo ruolo di giornalista e opinionista?
Non faccio differenza tra le due attività. C'è una poesia nel mondo arabo, quasi sconosciuta, che si ritrova anche nella prosa. La poesia non risiede soltanto nel fatto di utilizzare delle parole: è anche una visione del mondo. Quando si scrive, dietro a quello che si racconta c'è sempre un'umanità e come poeta io cerco e guardo questa umanità.




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