Le mani della Camorra in Veneto
Cento aziende spolpate, 25 arresti

LA MAFIA A NORDEST. Infiltrazioni dei Casalesi scoperte dai carabinieri di Vicenza e dalla Dia. In manette il consulente Ivano Corradin, 48 anni, di Marostica e la pensionata Diana Ziotti, 68 anni, residente nel capoluogo
15/04/2011
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Il tenente colonnello Martino Salvo e il colonnello Michele Sarno

Le mani della Camorra sulle imprese del Veneto. Come un cancro che attacca le cellule più deboli e spolpa il corpo dall'interno, un'organizzazione criminale legata al clan dei Casalesi si è infilata nel tessuto produttivo nordestino, nelle pieghe della crisi economica, per fagocitare aziende con problemi finanziari, strozzandole con prestiti a tassi usurari, estorsioni e pestaggi, e così lucrando guadagni milionari.
Sono un centinaio le piccole imprese - l'80% venete e quasi tutte del settore edile - dissanguate da una presunta organizzazione di stampo mafioso che agiva attraverso una società di recupero crediti, la Aspide Srl di Padova. Un'organizzazione ora smantellata al termine di un'indagine congiunta della Direzione investigativa antimafia di Padova e dal Comando provinciale del carabinieri di Vicenza, coordinata dal sostituto procuratore presso la Dia di Venezia Roberto Terzo, che ha portato all'arresto di 25 persone.
OPERAZIONE SERPE. L'operazione "Serpe", definita «epocale» dagli inquirenti, è scattata ieri notte con l'impiego di 300 militari: 25 le misure cautelari in carcere eseguite - più due obblighi di dimora - in Campania, Veneto, Lombardia, Sardegna e Puglia. A vario titolo, gli indagati sono accusati di associazione di stampo mafioso finalizzata alle estorsioni e aggravata dall'usura, ma anche di esercizio abusivo dell'intermediazione finanziaria. Parte dell'indagine è scattata dal Vicentino, in agosto, e vicentini sono due degli arrestati: alle 4 di notte i carabinieri del colonnello Sarno e del tenente colonnello Salvo hanno fatto scattare il blitz che ha portato in carcere Ivano Corradin, 48 anni, consulente di Marostica (avv. Rudy Cortese), e Diana Ziotti, 68 anni, ex commerciante di Vicenza (avv. Michele Vettore), presunta "cassiera" della gang.
CENTINAIA DI VITTIME. I due avrebbero fatto parte dell'organizzazione con due "basi", una in Campania, tra Caserta e Napoli, e l'altra in Veneto. I 12 arrestati a Nord Est gravitavano con ruoli diversi attorno alla Aspide di Selvazzano Dentro. Questa società, nata nel dicembre 2009 per operare nel settore della vigilanza, di fatto ha sempre agito, senza i titoli, nel settore del recupero crediti. È questo il cavallo di Troia con il quale la banda criminale è penetrata nel tessuto produttivo veneto, agganciando e poi spolpando a poco a poco un centinaio di aziende, dieci vicentine. Era un'organizzazione gerarchizzata: al vertice il 33enne Mario Crisci, napoletano, coadiuvato da consulenti e procacciatori di "clienti", piccole imprese in crisi; alla base anche due "picchiatori", chiamati a sbrigare il lavoro sporco: minacciare o pestare chi non saldava i debiti.
L'USURA E LE ESTORSIONI. Tutto, infatti, ruotava attorno al meccanismo dell'usura. Le vittime prescelte erano aziende edili in crisi e indebitate. L'Aspide si presentava a riscuotere crediti per conto terzi e, al contempo, proponeva prestiti alla stessa impresa per "tirare a campare". I tassi, però, erano da usura: fino a 180% annui. Così, nel tempo, l'azienda vittima era risucchiata in un vortice letale: per far fronte ai debiti era costretta a cedere cambiali, titoli e quote aziendali; l'Aspide, forte di regolari contratti di cessione crediti, andava dai debitori a riscuotere la sua "fetta". E così via, in una catena di Sant'Antonio.
SILENZIO E PAURA. E se non riusciva a riscuotere con le buone, la banda passava ai metodi pesanti: minacce e pestaggi. In un caso, un imprenditore padovano di una certa età è stato colpito con la sua stessa stampella sotto gli occhi esterrefatti degli operai: un "messaggio" per tutti. In altri casi, bastava evocare legami con il clan dei Casalesi per incutere terrore. Risultato: solo 3 imprenditori sui 135 usurati hanno avuto la forza di denunciare lo strozzinaggio. Gli altri sono stati vinti dalla paura e qualcuno, per arginare il proprio debito, si è prestato a fare da procacciatore di altre vittime, finendo arrestato.
GUADAGNI MILIONARI. Questo scenario inquietante è stato ricostruito in otto mesi di indagini serrate, con intercettazioni e pedinamenti. Così si è scoperto che i soldi - i guadagni illeciti sono sui 4 milioni di euro - finivano quasi tutti in Campania: attraverso versamenti su carte Poste pay; così affiliati all'organizzazione e famigliari di camorristi detenuti ricevevano uno stipendio mensile. Intanto, a Nordest, piccoli imprenditori restavano appesi al cappio dei debiti. Un cancro estirpato: ma è l'unico fronte d'inchiesta?

Marco Scorzato




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