La difficile scelta del commissario Pepe
LIBRI. Giano ripubblica il romanzo di Ugo Facco De Lagarda, coronato a fine anni '60 da un successo meritato sia pur legato al film "vicentino". Il testo che Neri Pozza pubblicò nel 1965 tratteggia un personaggio umbratile, malinconico e fatalista: l'opposto dei poliziotti di ultima generazione. Ma regala uno spaccato preciso della società di ieri (e oggi)
Vicenza. È umbratile, malinconico, fatalista. Ha poco niente in comune con i poliziotti dell'ultima generazione, ispirati ai modelli dell'hard-boiled americano o del noir alla francese. Il paese che ha alle spalle è cattolico, omertoso, tristemente ipocrita. Vive in un'epoca in cui il crimine non ha ancora cominciato a crescere nello spazio buio della follia e della maledizione, ma germoglia come una mala pianta in mezzo a quelle sane e si manifesta come la penosa conseguenza di neghittosità, collusioni, compiacenze, meschinità. E' il commissario Pepe. Le edizioni Giano ripubblicano assai opportunamente il romanzo di Ugo Facco De Lagarda, coronato, alla fine degli anni '60, da un successo non immeritato, anche se più per la trasposizione cinematografica che ne fece Ettore Scola che per un riconoscimento critico-letterario che fu allora molto prudente. Riletto oggi, aldilà del gusto vagamente vintage che riesce a solleticare, si tratta di un racconto notevolmente solido, ben strutturato, con sbalzi psicologici tutt'altro che occasionali, percorso da vibrazioni sottili e taglienti.
Non è un poliziesco nel senso classico del termine, anche perché non c'è un delitto che reclama un colpevole. È piuttosto un tableau criminal-borghese dai colori sfumati. Il teatro delle vicende è una sonnolenta città veneta dove il meccanismo sociale e morale di fondo è l'imbroglio, il ricatto, una disonestà passiva ed epidemica.
Accade dunque che sul tavolo del commissario arrivino due faldoni che contengono un'indagine meticolosa sui vizi privati di alcuni personaggi molto in vista. È chiaro che condurre l'inchiesta fino in fondo significa far deflagrare quell'equilibrio fatto di cinica reticenza su cui si regge la rispettabilità di un bel po' di gente. C'è la figlia di un maresciallo che si prostituisce, ci sono industriali troppo svelti a togliersi i pantaloni, contesse che per miseria morale o materiale fanno le maitresses, giovani liceali che allo studio preferiscono l'esercizio sfrontato di un'arte antichissima. Niente di più e di diverso da quello che forse succede anche oggi.
Semmai quello che è cambiato nel corso del tempo è lo stile, un po' più sofisticato ieri, un po' più volgare e chiassoso ai nostri giorni. Il commissario, uomo di letture e di riflessioni non banali, si trova di fronte a un bivio: o lasciare che il destino degli indagati si compia, con tutte le conseguenze del caso, o archiviare la pratica prima ancora di aprirla ufficialmente, salvaguardando a malincuore un decoro che è solo di facciata. La scelta del commissario Pepe sarà questa.
Il romanzo non offre di più, ma è uno studio d'ambiente elaborato con perizia, che può far pensare a quei grovigli di passioni malvagie e di sentimenti torbidi in cui sapeva magistralmente mettere le mani Simenon. Da un altro punto di vista Facco De Lagarda sembra invece essersi impadronito di atmosfere e sfondi pioveniani, sottraendoli però alla complessa filosofia dello scrittore vicentino. Ambiguità, nebulosità morali, celate dissolutezze: il materiale etico e psicologico che aveva alimentato la deforme antropologia di Piovene si ritrova anche qui. A Facco De Lagarda manca però il senso metafisico del Male, l'impalcatura dottrinale. Il suo scenario è naturalmente molto meno grandioso, eppure la sua inchiesta su ciò che si agita nelle viscere profonde di una città apparentemente casta e virtuosa e su ciò che la corrompe e immiserisce, è abile e letterariamente elegante.
Nella post-fazione Alessandro Scarsella ricorda come Neri Pozza, che pubblicò il romanzo nel 1965, volesse un libro "cattivo". In effetti la cattiveria c'è, anche se il tono e le cautele di allora oggi possono quasi far sorridere. Tuttavia c'è da farsi una domanda: siamo proprio sicuri che la disperazione e l'empietà che si può trovare per esempio in un Ellroy sia davvero incommensurabile rispetto al degrado in mezzo a cui si muove il commissario Pepe? Non lo so. È una questione di stile, di linguaggio, di contesti culturali dissonanti. Ma la scelleratezza, sia che vesta il doppiopetto grigio, sia che si copra di collanine pacchiane e di tatuaggi, alla fine non è poi così diversa.
Paolo Lanaro
