Anestesisti: «La Regione
dà i servizi sulla carta»

SANITÀ. Il sindacato di categoria dei camici bianchi accusa: «Troppe decisioni prese senza noi»

L'Aaroi protesta. I casi? Emergenza pediatrica garantita... alcune ore Parto epidurale spesso non attuabile. E tagli a "terapia del dolore"
09/02/2010
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Gli anestesisti protestano: «Così non si può andare avanti»

Vicenza. «La vicenda degli stipendi? È solo il più recente ed evidente segnale di come la sanità veneta sia vittima della politica e dei burocrati regionali e aziendali. Chi governa la sanità considera i medici come meri strumenti senza qualità». Non va per il sottile nella sua denuncia pubblica Attilio Terrevoli, presidente regionale dell'Aaroi, sindacato di anestesisti e rianimatori ospedalieri. Il "cahier de doleances" è fitto, e inizia proprio dalle relazioni sindacali. «In spregio a protocolli adottati con una delibera di giunta, le organizzazioni della dirigenza medica non sono mai state convocate da nessun ufficio regionale da più di 6 mesi. Eppure non è che non siano stati presi provvedimenti che avrebbero dovuto essere oggetto di consultazione o di informazione preventiva».
Così Terrevoli si mette a citare. Primo capo di accusa la delibera approvata a novembre sull'istituzione della rete integrata per la gestione del neonato critico e del bambino in emergenza e urgenza: «Si identificano quali poli di primo livello per l'urgenza pediatrica ospedali che hanno il pediatra solo per qualche ora al giorno, e talora neppure della reperibilità, come Asiago, Noventa, Valdagno, Trecenta e Vittorio Veneto».
Ecco, poi, la partoanelgesia: «Secondo una delibera del 2005 l'anestesista avrebbe dovuto sorvegliare la partoriente per i primi 20 minuti, per poi lasciare scritto all'ostetrica cosa fare... Una follia che il nostro ricorso al Consiglio di Stato ha bloccato. Per la successiva legge regionale ci sentirono insieme ai dg. Fummo concordi: senza risorse la partoanalgesia non si può inserire nei livelli essenziali di assistenza. Ci ignorarono. Il risultato è che la partoanalgesia, codificata per legge, non si pratica a Vicenza, Treviso, Verona, Rovigo, ma a Thiene, Noventa, Valdagno, Trecenta e altri ospedali di medio-piccole dimensioni dove la fa l'anestesista di guardia, sempre se non già impegnato, con la possibilità che debba lasciare il lavoro a metà se chiamato per un'urgenza in sala operatoria…».
Ecco, ancora, la legge sulle cure palliative e sulla terapia del dolore: «Da oltre 20 anni nel Veneto esiste una rete di servizi di terapia del dolore e cure palliative, creata in anticipo su tutti. Nella realtà i primariati di terapia del dolore sono stati disattivati a Belluno, Padova, Venezia. A Verona il reparto è stato cancellato e sostituito da una seconda oncologia. A Treviso non è mai nato. Sopravvivono, non si sa per quanto, Vicenza e Rovigo... Il tutto per dirottare attenzione e risorse sulle cure palliative, che meritano la massima attenzione senza però dimenticare che l'80 per cento delle persone con dolori cronici non hanno il cancro. Nessuno va trascurato».
Terrevoli non è tenero neppure nelle conclusioni: «Tutto ciò dimostra che esiste un drammatico scollamento fra le priorità dei palazzi del potere e la realtà clinica quotidiana, che la dirigenza medica, se coinvolta, potrebbe ben rappresentare. Evidentemente si preferisce la politica della qualità percepita a quella reale. La conseguenza è che il personale non è messo in condizione di lavorare serenamente, e questa è la prima causa di incidenti e errori. Carichi di lavoro e funzioni sovrapposte in un sistema che non ha ancora definito gli standard di accreditamento delle strutture, creano situazioni di rischio che solo l'alta professionalità degli operatori ha finora compensato. C'è da chiedersi se l'eccellenza della sanità veneta sia più scritta che reale».


Franco Pepe

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