Crisi, il peggio arriva adesso
Per il dopo, ricetta "decrescita"

CONVEGNO. Il sociologo Giovanni Sarpellon e l'economista Riccardo Moro all'incontro dell'Azione cattolica diocesana. Salta lo schema produzione-soldi-consumi indotti. Povertà: 8 milioni sotto la soglia, come 30 anni fa
16/11/2009
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La manifestazione di lavoratori rimasti senza posto

Vicenza. La crisi globale in corso - della quale si stanno vedendo adesso gli effetti peggiori: perché non erano quelli delle banche fallite e delle borse cadute, ma sono quelli delle famiglie senza lavoro né reddito - ha insegnato una «parola magica» che non piacerà, non verrà imparata e tantomeno proclamata per chissà quanti anni, non si saprà come sviluppare finché non ci saremo dentro per forza. Ma che forse è l'unica valida come ricetta a lunga scadenza e su scala planetaria.
La parola è «decrescita» e l'ha detta Giovanni Sarpellon, sociologo dell'università di Venezia, ai convegnisti delle associazioni vicentine ritrovatesi ieri mattina nel palazzo delle Opera sociali su chiamata dell'Azione cattolica diocesana.
[FIRMA]INVERTIRE LA TENDENZA. Fare decrescita, cioè invertire la tendenza della spirale produzione-reddito-consumi, è certamente «una proposta utopica, un'impresa titanica» - come ha ammesso Sarpellon - e non sarà cosa della presente generazione che tiene le leve del potere politico e economico, e neanche della prossima, probabilmente. Ma non ci si scappa: lì bisognerà arrivare - volenti o nolenti le pulsioni al benessere dispendioso delle società occidentali ricche - perché lì condurrà non lo schema dei consumi di massa che regge oggi il sistema socio-economico dei paesi benestanti, ma l'autoconsumazione del sistema-Terra domani.
«Non è possibile che tutto il globo evolva secondo il modello occidentale, al quale stanno pervenendo paesi come la Cina, l'India, il Brasile». A meno che - alternativa evocata dal sociologo veneziano come paradosso ma non troppo - non ci si rassegni a prevedere «una terza guerra mondiale che ci riduca da 7 a 2 miliardi» nel calendario di un futuro non programmabile ma probabile.
NUOVI STILI DI VITA. A questo futuro apparentemente fantasioso Sarpellon è arrivato analizzando la realtà del presente e sviluppando le analisi esposte al convegno dell'Ac dall'economista Riccardo Moro, direttore della fondazione Giustizia & solidarietà promossa dalla Conferenza episcopale e docente a Roma. A quel futuro dovrebbe guardare - secondo il risultato emerso ieri alle Opere sociali - il post-crisi sul quale sollecitava idee, dubbi e risposte il convegno presieduto da Lucio Turra e intitolato "Crisi economica e nuovi stili di vita".
Insegnare questi ultimi è difficile per tutti. Non hanno preteso di farlo Moro e Serpellon, prudenti anche nel dettare ricette a breve termine. Ma leggere il presente dei cambiamenti indotti dalla crisi, questo sì è stato possibile.
Partendo dal perché del crack planetario del 2008 («l'inesigibilità dei mutui concessi in America per alimentare consumi delle famiglie superiori alla ricchezza reale prodotta») si è arrivati facilmente a delineare l'andamento dall'appena raccontata spirale (sempre in crescita positiva finché non c'è stato il tonfo quasi improvviso) e la sottostante psicologia che è appunto il primo elemento che dovrebbe cambiare (il benessere fatto di consumi, l'induzione a nuova spesa come conseguenza drogata del "piacere di avere" alternativo al "ben essere", il consumo di beni e del bene-Terra come vocazione intrinseca dello schema economico vigente).
MODELLO CULTURALE. Quanto pesi in tutto questo il modello culturale prevalente - contro il quale è difficile resistere, ma sul quale si dovrebbe intervenire con un recupero in senso sociale della politica con l'impegno personale chiesti da Moro - è ogni giorno verificabile da tutti. Basta guardare a che cosa si porta addosso o in tasca, per non trovarsi "fuori moda"; oppure si usa in casa e fuori, per cavalcare l'onda delle sollecitazioni indotte. Senza che cambino, da un decennio all'altro, le quote della povertà che nella crisi è la prima a patire.
«Sotto la soglia di povertà stavano 8 milioni di italiani trent'anni fa e 8 milioni stanno adesso - ha conteggiato Sarpellon - perché la povertà si misura nello scarto tra quanto si ha e quanto si vorrebbe avere». La crisi di oggi spinge e segnala più fortemente questa inadeguatezza, ha spiegato il sociologo.
BISOGNO DI REGOLE. E l'economista ha avvertito che il post-crisi potrebbe lasciare tutto come prima, o peggiorare le cose, se non interverranno forme di controllo e vigilanza sul mercato che ha ben dimostrato nell'ultimo paio d'anni di non essere da solo in grado di regolarsi con beneficio generale della società. Quindi: «Recupero di senso della responsabilità, capacità di fare comunità, ricerca di obiettivi comuni» ha raccomandato Moro.

Antonio Trentin

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