Marchionne e la via italiana alla modernità

28/08/2010
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Sergio Marchionne

(...) Roba da giudici di pace. Sia per l'impatto effettivo sulla produzione dello stabilimento di Melfi, sia per il numero di operatori coinvolti, sia per la presenza di ragioni da una parte e dall'altra.
Quello di cui si discute sui giornali è altra cosa. Lo scontro di "religione" tra il paladino di un management moderno, capace di resuscitare la grande impresa anche in Italia, e altre forze democratiche (stakeholder si dice in inglese) che pensano di saper gestire già oggi nel miglior modo possibile le grandi imprese e le grandi organizzazioni. Quando Marchionne è arrivato al vertice Fiat, ha fatto piazza pulita di un vecchio modo di pensare l'azienda (chiamiamolo consociativo), attraverso l'impiego di modi piuttosto "bruschi", di emergenza e meritocrazia. Abbiamo sentito parlare di manager licenziati in ascensore, nel tempo che si impiega a passare da un piano all'altro. Abbiamo saputo di riunioni burrascose, sempre a livello di vertice, nelle quali un manipolo di volonterosi con Marchionne ha progressivamente isolato i molti conservatori e costruito una strategia di sopravvivenza e di espansione per Fiat.
Oggi, dopo successi indiscutibili come l'investimento in Chrysler, il "metodo Marchionne" arriva fino ai reparti produttivi. Può darsi che l'uomo abbia fatto qualche passo falso, ed è possibile che ciò sia accaduto a Melfi, ma non c'è dubbio che il suo modo di procedere attiri la simpatia di molti osservatori, interni ed esterni al sindacato. Perché rappresenta un tentativo di costruire una via italiana alla gestione delle grandi imprese oligopolistiche (e sono ancora molte!) in linea con l'esigenza di portare il paese fuori dalla crisi.
È chiaro a tutti che una fase storica si è chiusa ed è necessario aumentare l'efficienza del sistema Italia, per fare in modo che le prossime generazioni possano godere dei medesimi livelli di welfare che abbiamo oggi. Nel settore della pubblica amministrazione tutti ricordiamo quanto ha fatto Passera all'interno del mostro "Poste Italiane" e quanto meno efficace sia stato lo stile di intervento di Moretti nelle Ferrovie. Tutti sappiamo quanto ci è costato risolvere il nodo Alitalia con il buon Cimoli e cosa rischia di costarci il risanamento della Tirrenia. Tutti ricordiamo quali fossero le aspettative dell'ingresso di Tronchetti Provera e Benetton in Telecom e di quale sia l'esito finale, tecnologico e di investimento, di quella operazione. Tifiamo per una svolta. Siamo istintivamente dalla parte di coloro che "fanno" qualcosa per il Paese e non fanno solo "finta".
Ci piacerebbe vedersi aprire una pagina nuova della nostra Repubblica. Una pagina nella quale altri Marchionne fossero disponibili a sporcarsi le mani per "fare qualcosa", indicare strategie, muoversi sul mercato vero, quello mondiale, invece di invocare continuamente monopoli, protezioni su segmenti poco trasparenti e addomesticati del mercato interno.

Paolo Gurisatti