C'era una volta Bob Dylan. C'è ancora
MUSICA. A 50 anni dal primo disco, esce l'album numero 35, «Tempest»: blues elettrico di Chicago con citazioni. Eppure...La voce è distrutta, ma ha ancora residue capacità per affascinare
Sono passati cinquant'anni dal suo primo disco: nel marzo del 1962, quando quell'album uscì (il titolo era semplicemente Bob Dylan), Robert Allen Zimmerman non aveva ancora cambiato legalmente il suo nome. L'ellepì vendette appena 5.000 copie in un anno e la casa discografica, la Columbia, pensava già di stracciare il contratto. A mezzo secolo di distanza, esce domani un nuovo lavoro di Bob Dylan, Tempest", l'album numero 35 da studio, preceduto nella discografia da Together through life, bestseller mondiale del 2009. A ogni suo nuovo disco, ci si chiede se la sua voce sia peggiorata, se di quella sabbia e colla (come la descrisse David Bowie) non sia rimasta ormai che la rasposità. Se riesca ancora a trasmettere sensazioni, a rendere vivi i personaggi delle sue canzoni, a connettersi in maniera magica con il nostro spazio e il tempo in cui viviamo. Diciamo che Dylan ha la voce distrutta: uno strumento sfasciato dagli anni, dai chilometri, dalle ore passate sui palchi di tutto il mondo. E diciamo pure che sua Maestà della Canzone d'Autore ormai musicalmente non supera il confine del blues elettrico di Chicago (con citazioni di riff di Muddy Waters), del country stile Hank Williams/ Johnny Cash, del bluegrass, del soul di New Orleans e del folk-rock. Eppure Se pensate di ascoltare Tempest e buttarlo in mezzo ai suoi cd meno interessanti, quelli che non ascolterete più come Saved, Down in the groove, Under a blood red sky, vi ritroverete a celebrare una voce rauca, più tremenda di quella di Tom Waits, che indovina almeno 4-5 brani efficaci, canzoni-flusso di coscienza che aumentano di potere e bellezza ogni volta che le ascoltate, con strofe di innegabile fascino. Pay in blood, per esempio, con Dylan che sputa parole come se lo stessero strozzando («Pagherò con il sangue/ ma non con il mio») e che potrebbe finire in un disco dei Rolling Stones, cantata magari da un altro voce-da-lupo come Keith Richards. Scarlet Town, lenta e dolente, ritratto di una città dove i mendicanti si accalcano ai cancelli per un aiuto che arriverà troppo tardi. Dylan cita il Vangelo per accentuare l'atmosfera da tregenda: «Ho toccato il suo mantello, ma il lembo era strappato», quasi non sia mai arrivata la buona novella. In Early Roman Kings le metafore si susseguono, in una continua alternanza tra presente (i capitalisti e i banchieri responsabili della crisi) e passato (i Re dell'antica Roma). Il vertice è la traccia che dà il nome al disco: una ballata dal sapore irlandese che supera i 13 minuti e racconta il naufragio del Titanic, «la triste, tragica storia della grande nave che s'inabissò», con una progressione di immagini crude e poetiche. Convincente anche il tributo a John Lennon di Roll on John con una serie di citazioni e microcitazioni che faranno la felicità dei Beatlesiani.
Giulio Brusati

















