Il romanzo shock dell'indiano che sfida i censori

IL CASO. «Narcopolis» (Neri Pozza)
Jeet Thayil legge il proibito Rushdie e narra la droga rifugio dei disperati
31/07/2012
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Jeet Thayil

Il romanzo Narcopolis (300 pagine, Neri Pozza), è il primo di Jeet Thayil, ma il poeta e musicista indiano, nato in Kerala nel 1959, già all'esordio ha creato un caso editoriale, con questo viaggio al confine tra realtà e allucinazione nella Bombay trasgressiva degli anni Ottanta, dove le tradizionali fumerie d'oppio vengono soppiantate dal consumo d'eroina, in arrivo dal Pakistan a prezzi stracciati. Il romanzo è stato la rivelazione all'ultima fiera di Francoforte, dove gli editori hanno fatto a gara per garantirselo; per l'Italia ci è riuscita Neri pozza, da anni attenta agli autori indiani. Thayil ha vissuto in prima persona le esperienze che racconta: controverso personaggio, è stato consumatore di droghe e in patria continua a far scandalo, per esempio con pubbliche letture di Versetti satanici di Salman Rushdie, libro vietato in India. La voce narrante del romanzo, Dom Ullis, arriva da New York per giungere in Shuklaji Street, nella stanza d'oppio di Rahid, la fumeria più rinomata della strada con le sue autentiche pipe cinesi, popolata da personaggi quali Dimple, l'eunuco filosofo che costruisce pipe intrattenendo gli ospiti conversando sul sesso, sulla crudeltà della vita, sulla reincarnazione. Il violento Rumi, l'eccentrico pittore Pinter Xavier e una serie di gangster e prostitute completano il quadro di perdizione che attraversa l'intera opera. Non manca la figura del Patar Maar, l'assassino che gira di notte nei quartieri di Bombay ponendo fine con metodo rigoroso alla vita dei più poveri, una sorta di graziatore che cerca di eliminare ogni sofferenza umana. Con prosa fluida il poeta Thayil scende all'infimo dei bassifondi e narrare l'esperienza di guarigione dalla dipendenza. Un'India crudele. «L'India emergente è una bugia del governo», afferma l'autore. «Per molti versi, per esempio per quanto riguarda gli abusi sui bambini, la situazione è ancora peggiore di 20 anni fa. L'India ha una popolazione enorme e, siccome è povera, la cosa immediatamente spendibile sono proprio le persone. I bambini sono al più basso livello della scala sociale e per questo ogni giorno subiscono supplizi inenarrabili. La corruzione in tutte le sfere sociali è così diffusa che bisognerebbe distruggere tutto, per poi ricostruire». La droga di Narcopolis per le classi disagiate costituisce la reazione alla povertà, per gli artisti è fonte d'ispirazione, per i più abbienti un'evasione, una moda. Sullo sfondo una Bombay, non ancora ribattezzata Mumbai, metropoli grottesca, dove «vengono onorati i morti solo ripetendo il loro nome», retaggio e memoria di un'epoca svanita e di un popolo scomparso. Il romanzo si chiude negli anni Novanta, quando ritornano i personaggi, che quasi non si riconoscono; l'eroina ha preso il posto dell'oppio e i ricordi diventano immagini sfuocate, ma ancora vive. Afferma Jeet Thayil. «Se riesco a far sentire a disagio o a scioccare la gente con la mia descrizione dell'India ritengo di aver fatto il mio dovere».

Flavia Marani




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