Palladio archistar a Oriente

L'INTERVENTO. Una sintesi dell'articolo del direttore del Cisa, Beltramini
21/02/2012
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L’affresco nell’Antiodeo del teatro Olimpico (attribuito a Maganza, è del 1596) che testimonia la visita dei “legati giapponesi” nel 1585

La Banqueting House fu ultimata a Londra nel 1622 per il re Carlo I d'Inghilterra. La villa di Pavlovsk fu realizzata un secolo e mezzo più tardi presso San Pietroburgo per il figlio dell'imperatrice di Russia. La White House fu costruita fra il 1792 e il 1800 a Washington. Cosa hanno in comune questi tre edifici, costruiti in epoche, culture e persino in continenti diversi?  Sono tutti e tre ispirati dalle idee di Andrea Palladio, un architetto nato nel 1508 in una città di provincia di un piccolo stato nel nord-est dell'attuale Italia, la Repubblica di Venezia. (...) Oggi possiamo dire che Palladio è l'architetto più noto degli ultimi cinquecento anni. In che modo ci è riuscito? Quale è il segreto del suo successo? Non è qualcosa semplice da raccontare nel breve spazio di queste pagine. Per provarci ho bisogno di costruire la mia storia intorno a quattro elementi, che rappresentino altrettanti aspetti dell'architettura di Palladio: l'economia, l'armonia, la sistematicità , la comunicazione. Immaginate allora di avere davanti a voi, appoggiati sul vostro tavolo da disegno, un baco da seta, il disegno di rilievo di un antico tempio in rovina, un gioco di costruzioni e un libro. Ognuno di essi è una chiave per la mente e le idee di Palladio architetto. IL BACO DA SETA. La ricchezza che rese possibile costruire la Vicenza palladiana proveniva soprattutto dalla seta, il prodotto di un insetto portato dall'Oriente in Europa circa cinque secoli prima. Vicenza e il territorio vicentino, nella prima metà del Cinquecento, sono l'area più dinamica d'Europa per la produzione e il commercio di panni di seta. La seta è prodotta nelle ville in campagna, dove si allevano i bachi nutrendoli con foglie di gelso, ed è poi lavorata in città, grazie ai grandi mulini meccanici mossi dalla forza dell'acqua. (...) La storia di Palladio non è solamente la storia di un uomo geniale. E' anche la storia di un gruppo di committenti che lo sostennero in progetti pubblici e privati. Uomini convinti che l'architettura fosse un mezzo di promuovere se stessi e gli affari, ma anche di cambiare, in meglio, la vita della propria comunità. Committenti di Palladio come Marco Antonio Thiene, Iseppo Porto, o Bonifacio Poiana sono imprenditori su scala europea, e pur non vivendo in una capitale sono inevitabilmente cosmopoliti, ed anche particolarmente colti, se pensiamo che Vicenza nel Cinquecento conta il maggior numero di laureati di tutte le altre città venete. Spesso mandano i propri figli a fare carriera nelle corti d'Europa come militari o come diplomatici, stabilendo preziosi contatti anche per futuri commerci. Inevitabilmente quindi il gusto artistico delle famiglie aristocratiche vicentine non è quello provinciale che ci si aspetterebbe in una piccola città. Palladio inventa per loro edifici nuovi e aggiornati, dove le grandi famiglie potevano degnamente ospitare i propri protettori, o i propri soci di affari stranieri in visita a Vicenza. I palazzi palladiani anche erano fonte di piacere e di orgoglio per i committenti, che partecipavano alla nuova, rivoluzionaria architettura contemporanea. (...) Vicenza prima di Palladio era una città dove la maggior parte delle facciate degli edifici importanti erano colorate, o con intonaci variopinti o attraverso marmi preziosi. Provate a immaginare l'effetto che dovevano avere sui vicentini i palazzi di Palladio, enormi “astronavi" bianche atterrate nel tessuto della città gotica. (...). IL RILIEVO DI UN ANTICO TEMPIO IN ROVINA. Sappiamo da una lettera che nel maggio del 1547 Palladio perlustra le campagne intorno a Roma per visitare le rovine del tempio di Ercole Vincitore a Tivoli. Misura accuratamente quello che rimane delle murature semidistrutte e restituisce il complesso come un grande cortile con un edificio al centro affiancato su ogni lato da lunghi portici a L. Oggi sappiamo che si tratta del corpo del tempio affiancato da due ali di portici per i fedeli. Ma Palladio si convince invece che si tratti di una villa antica: sulla base di questo equivoco inventerà la villa palladiana, con la casa dominicale circondata dalle barchesse. Ma perché Palladio, a diverse settimane di viaggio lontano da casa propria, passa il proprio tempo a misurare dei ruderi nella campagna romana? (...) La grande architettura romana antica è, per Palladio, la fonte principale di ispirazione. Palladio era affascinato dal fatto che negli edifici romani antichi la dimensione di ogni elemento è proporzionato agli altri secondo rapporti matematici, a partire dalle colonne, il cui diametro è inteso come modulo di base. Il risultato è che l'edificio è una sorta di "macchina" razionale governata da proporzioni e armonie che spesso sono quelle dei rapporti musicali. (...) Palladio è costretto ad operare come un moderno archeologo, ma non è interessato al passato fine a se stesso. Come architetto vuole saper dominare il linguaggio dell'architettura romana antica per costruire edifici del proprio tempo. Vuole usare il passato per costruire il futuro. Il successo di Palladio è in larga parte dovuto proprio alla sua capacità di essere identificato come l'erede della grande tradizione romana antica, autore a propria volta di una architettura che sarà ritenuta "classica" nei secoli a venire, vale a dire razionale, armonica, senza tempo e senza connotazioni regionali, in cui diverse culture potranno riconoscersi. (...) UN GIOCO DI COSTRUZIONI. Palladio non è mai stato l'architetto di un signore assoluto. (...) Per le diverse famiglie aristocratiche venete costruì invece una serie di ville e palazzi con caratteri e dimensioni simili.(...) Questi incarichi relativamente omogenei e ripetuti gli consentirono di sviluppare un modo di progettare con le caratteristiche di un "sistema", basato su una scelta molto accurata di elementi costanti e di una serie di semplici regole proporzionali che ne regolano i rapporti. Palladio utilizza forme il più possibile standardizzate per finestre, porte, colonne e capitelli, scale, camini, ma anche di stanze. Queste ultime sono riconoscibili soprattutto nelle planimetrie delle ville, più libere dai vincoli delle murature preesistenti di quanto non avvenga nei palazzi di città. Nella maggior parte dei progetti è possibile identificare una “suite" di stanze, aggregate in modo diverso ma con dimensioni fra loro collegate da proporzioni armoniche. Questo metodo deve risultare non troppo insolito per voi giapponesi, se pensate alle vostre case tradizionali dove le dimensioni delle stanze sono definite da una unità di misura standardizzata, il “tatami". Bisogna dire poi che un'altra ragione del successo di Palladio è che, nonostante l'aspetto monumentale, le sue architetture sono realizzate in materiali poveri. Nei palazzi privati e nelle le ville le colonne sembrano di pietra, quasi sempre senza esserlo: sono realizzate con speciali mattoni triangolari - una vera e propria invenzione palladiana - e rivestite con un intonaco speciale "a marmorino", dove alla calce è mischiata la polvere di pietra per simulare l'aspetto della pietra. In altri casi, sono gli architravi fra le colonne ad essere realizzati in legno, per poi essere ricoperte in stucco. Palladio è particolarmente attento all'intelligenza e all'economia della costruzione, e le sue origini artigiane gli consentono di elaborare sempre una soluzione costruttiva a sostegno di una propria necessità creativa. UN LIBRO. (...) Nessuna delle pubblicazioni degli architetti prima di Palladio aveva raggiunto il grado di organicità ed efficacia comunicativa dei Quattro libri dell'architettura, pubblicati a Venezia nel 1570. Essi si aprono con un Primo libro dedicato ai materiali e tecniche da costruzione e al disegno degli ordini architettonici: in un certo senso, un manuale per il costruttore. Il Terzo e Quarto libro sono dedicati ai più significativi edifici della Roma antica, ricostruiti da Palladio stesso sulla base delle loro rovine. Già nel Terzo libro, accanto a ponti e alle basiliche antiche, Palladio aveva inserito alcuni propri progetti, ma in modo ancor più sistematico nel Secondo Libro inserisce più di una ventina di progetti di ville e oltre una dozzina di palazzi di città. (...) Nessun architetto prima di Palladio aveva mai pensato di utilizzare la stampa illustrata - un media relativamente innovativo, a quella data - per promuovere il proprio lavoro, e del resto nessuno come Palladio aveva da raccontare il proprio approccio così strutturato alla progettazione.  Nel guardare le architetture di più di un architetto giapponese contemporaneo, mi capita di percepire come familiari il controllo rigoroso di volumi e proporzioni elementari, la tensione delle superfici, l'uso purificato dei materiali, il modo in cui l'edificio conquista il terreno e si confronta con la natura, e di pensare a Palladio. Non è detto che io abbia ragione, ma mi piace pensarlo, così come mi piace ricordare che il Giappone è una delle prime culture non europee ad entrare in contatto con l'architettura palladiana. Nel 1585 una delegazione di giovani aristocratici giapponesi in visita in Italia giunge a Vicenza, e riceve l'omaggio dei vicentini dentro il teatro Olimpico, l'ultima opera di Palladio, il suo testamento architettonico. Dai resoconti sappiamo che l'edificio impressiona profondamente i principi giapponesi, ed un affresco è realizzato nel 1596 a celebrare l'avvenimento.  È ancora oggi visibile, dentro il teatro. È la testimonianza visiva più antica di visitatori in un'opera di Palladio. * direttore del Centro Internazionale di Studi Andrea Palladio. L'articolo appare nel numero della rivista giapponese di architettura “a+u”

Guido Beltramini *




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