L'irriverente Filumena fiera donna di De Filippo che sa tornare bambina
FESTIVAL. Secondo appuntanento con la Maschera d'Oro al San MarcoLa commedia sociale riproposta con fedeltà e felici idee registiche dalla compagnia Il Dialogo di Napoli
Silvia Ferrari VICENZA Eduardo De Filippo la chiamava «la più cara tra le mie creature». Irriverente, fiera e di una potenza tragica, Filumena Marturano è una commedia sociale che mette in scena il degrado di un'Italia consumata dal dopoguerra e il suo riscatto nella fierezza di una donna. Unica commedia di Eduardo a prendere il titolo da un personaggio femminile, Filumena non rappresenta solo se stessa, ma, nelle parole dell'autore, «una serie di creature vive di cui ella è l'esemplificazione e l'interprete»: melodrammatica, eroica, e a tratti epica, Filumena Marturano riscatta con se stessa «una categoria di donne, vuol essere un grido di ribellione in questo mondo sconvolto e turbinoso che ci ha lasciato la guerra». Quel grido di ribellione è tornato in scena al teatro San Marco con la più che riuscita prova della compagnia "Il Dialogo" di Napoli, diretta dal regista e attore teatrale Ciro Ruoppo. Secondo appuntamento del 24° Festival nazionale Maschera d'Oro (il vincitore verrà nominato il 31 marzo), la Filumena Marturano del Dialogo è riuscita a conquistare anche il pubblico vicentino, vincendo, attraverso la passione e un'espressività dirompente, le barriere linguistiche di un dialetto napoletano denso e sfrontato. La pièce è fedele, quasi in tutto, al testo originale. La storia, gli atti e i personaggi ripercorrono con rispetto la storia di Filumena, prima prostituta per necessità e poi amante di Domenico Soriano, la sua beffa, degna del miglior Boccaccio, per riuscire a sposarlo dopo 25 anni di relazione e la sua rivelazione di essere madre di tre figli, di cui «uno 'e chilli tre è figlio a te!». Le differenze sono ritocchi, intelligenti e pensati, che arricchiscono la commedia. La scenografia, per il resto fedele alle indicazioni di Eduardo, è avvolta da una gabbia dorata, metafora simbolica dei compromessi che Filumena ha dovuto accettare per tutta la vita. Non a caso, con una felice idea registica, i pali della gabbia si faranno tendaggi nel terzo atto, quando Dummi' accetterà finalmente di sposarla: insieme alle lacrime («Dummi', sto chiagnenno Quant'è bello a chiagnere »), si scioglierà anche la sua fortezza interiore. Felice e appropriata anche l'idea di inserire il personaggio di Filumena ragazzina (interpretata da Milly Enza Maccaro) nei lunghi flashback della protagonista: i ricordi che si sovrappongono al presente acquisiscono, anche grazie ai giochi di luce, colori onirici e la Filumena bambina rende con pathos i sogni spezzati da una vita ingiusta. Il campo magnetico della commedia è la bravissima Tina Spampanato nel ruolo di una Filumena sfacciata, fiera e intensa: la sua forza scenica, da eroina classica, è talmente potente che gli altri attori sembrano nascere come sue emanazioni. Salvatore Maccaro, nel ruolo di Domenico Soriano, rende bene la parte di un uomo dimesso e un po' inetto. Ben riuscite anche le figura di Rosalia e Alfredo, macchiette dai tratti esilaranti che conquistano facilmente il pubblico, e quelle dei tre figli. L'unica forzatura un po' caricaturale si avverte forse nel personaggio di Diana, la giovanissima nuova fiamma di Dummi', ma nel complesso gli attori in scena hanno la naturalezza di professionisti.
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