L'OPPIO
SAGA. Da Neri Pozza il secondo volume della trilogia di Amitav GhoshDEI POPOLI RELIGIONE
Il fiume dell'oppio (Neri Pozza) — secondo volume dell'annunciata trilogia di Amitav Ghosh sulla storia della Compagnia delle Indie inglese e sul commercio dell'oppio, preludio di una guerra spaventosa — riprende il filo del racconto dal finale del libro precedente Il mare di papaveri (Neri Pozza, 2008). Sono volumi di dimensioni più che rispettabili, 500/600 pagine, ma i lettori hanno già dato il loro consenso e si sono abbandonati alla lettura con lo stesso slancio con cui da due secoli il pubblico europeo si dedica al feuilleton. Amitav Ghosh conferma: in Bengali c'è una grande tradizione di feuilleton, proprio nel senso francese, il feuilleton alla Sue, alla Dumas. A Calcutta nei primi decenni dell'Ottocento, l'epoca in cui si svolge la trilogia dell'oppio, c'erano molti scrittori di questo genere, che scrivevano in bengali, ma anche in inglese e avevano un grande pubblico. I due volumi sono in sostanza una storia di viaggi e di migrazioni che riprendono in chiave di invenzione situazioni reali. Racconta Amitav Ghosh che l'idea iniziale gli venne quando cominciò a interessarsi della sorte miseranda dei coolies, i poveracci che lasciavano l'India per andare a lavorare altrove, praticamente come schiavi. La migrazione comincia negli anni Trenta dell'Ottocento; la prima generazione di coolies veniva dal Bihar, una delle regioni agricole più ricche fino a quando la monocultura dell'oppio impoverì i contadini e li mise totalmente in mano ai mercanti di droga. Nelle pagine conclusive del Mare di papaveri un gruppo di fuggiaschi, durante una tempesta, cerca di fuggire con una barca dalla goletta Ibis, partita da Calcutta con il suo carico di coolies, per raggiungere l'Isola Mauritius. Alcuni si salvano e da lì, dalla storia di Deeta, sfuggita al rogo delle vedove per l'intervento del gigante buono Kalua, di Neel, il raja di Raskhalj, che ha sperperato tutto il suo denaro, di Al Fatt, figlio di un ricco mercante di Bombay e di una donna cinese, di due «lascari», i leggendari marinai che parlano una lingua particolare, prende l'avvio la nuova storia. A renderla più complessa e avventurosa c'è l' incontro con altre due navi, la Redruth e l'Anahita: la prima guidata dal botanico Fitcher Penrose, dopo una traversata piena di guai, vorrebbe caricare nuove piante da fiore o alimentari da trasferire in Europa; l'altra, con la stiva piena di oppio, ha perso buona parte del suo carico. LA VICENDA si svolge in gran parte negli anni Sessanta dell'Ottocento a Canton, la Guangzhou dei cinesi, una città sull'acqua, una babele di lingue, di razze, dove si accumulano e partono ricchezze smisurate. In particolare le grandi enclave delle potenze europee si concentrano nella Fanquitown o città degli stranieri, proibita alle donne. Ghosh racconta con dettagli vividi e accattivanti gli incontri, le feste, i balli di questa comunità di uomini. Grandi banchetti con i cibi più squisiti dell'India e della Cina, strani amori e quadriglie in cui gli uomini ballano fra loro e si vestono con abiti splendenti, in gara di eleganza. Le vicende che si intrecciano fra i mercanti di oppio e la loro piccola corte di servi, schiavi, donne sono seguite soprattutto attraverso lo sguardo di un personaggio, Barham Modi, un Parsi di Bombay, in fuga dalla prepotente, ricchissima famiglia della moglie: Barham è un uomo acuto e buono, capace di giudicare i suoi simili e se stesso. Accanto troviamo Robin Chinnery, figlio, ma inventato, di un grande pittore, veramente esistito, George Chinnery, ritrattista dei dignitari cinesi. Robin scrive all'amica floricultrice Paulette che viaggia sulla Redruth insieme a Penrose, alla ricerca di una strana, misteriosa orchidea, che forse non esiste. A lei racconta i segreti della comunità che vive a Fanquitown. Poi una serie di personaggi storici: Charles Elliot, sovrintendente capo del Commercio Britannico; Charles King l'americano che cerca di mettere d'accordo cinesi e inglesi; il commissario Lin, cinese onesto che tenta di bloccare il commercio dell'oppio; appare persino Napoleone a Sant'Elena. IL ROMANZO offre però ben altro. Ghosh ha l'ambizione e in gran parte la realizza, di riprodurre la diversità e la ricchezza di lingue che si usavano a Canton nel primo Ottocento. La grande bravura dei traduttori, Anna Nadotti e Norman Gobetti, ha abilmente risolto il problema, accettando l'inserimento di un lessico mescidato che riesce a riprodurre la Babele di lingue di quei luoghi e di quel periodo. Con qualche fatica per il lettore che talvolta invoca un dizionarietto finale, che non c'è. Nella prosa di Ghosh si mescolano il pidgin del mondo degli affari, l'inglese goffo ed elementare di Canton, il basic english di uso comune fra i mercanti, il parsi, l'hindi, il malese e la lingua della burocrazia cinese. E infine il lascari o linguaggio dei marinai, in cui oltre all'hindi e al malese, si ritrovano il ricco gergo nautico inglese, l'urdu, il portoghese, l'arabo, il bengalese. Vale comunque la pena di tuffarsi in questa diversità che ti compensa con la vivida sensazione di aver vissuto almeno un poco in mezzo a questi personaggi e a queste avventure. Anche i luoghi, come la Fanquitown dei mercanti, rasa al suolo nel 1856, Ghosh la ricostruisce interamente da documenti e diari. Una città inventata non avrebbe potuto essere altrettanto unica e insolita. Ma perché questa cura per il particolare storico? C'è soltanto un risposta: perché Ghosh è un «tusitala», un grande narratore. Come Dickens, come Tolstoi. Dei grandi narratori europei ha l'ambizione della totalità e la fascinazione della Storia, alla base della quale pone l'economia, che la dirige con tutta la sua incertezza e la sua potenza.
Paola Azzolini
Tweet Segui @GiornaleVicenza