Credo nella poesia che vivifica l'impegno per vincere il degrado

MILVA
03/02/2012
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Milva è protagonista de “La Variante di Lüneburg”,

La Rossa è tornata. La sua voce scura e profonda evoca i campi rivali di una scacchiera ai confini del tempo. Intorno al gioco più affascinante del mondo, lo scrittore goriziano Paolo Maurensig ha costruito il bestseller La variante di Lüneburg, che da qualche anno, sotto la direzione musicale del Maestro Valter Sivilotti e l'intensa tessitura vocale di Milva la Rossa, ha intrapreso con successo la via del teatro nelle forme di un'originale Fabula in musica. Domani alle 20.45 l'allestimento approderà fuori abbonamento al Comunale nella ricorrenza della Giornata della Memoria. Al centro della scena ci sarà lei, Milva, musa di Strehler, Vangelis, Astor Piazzolla e di molti altri autori contemporanei, accompagnata dal coro Comiter di Peseggia (Venezia), dal sax di Alex Sebastianutto e dalla voce recitante di Walter Mramor. Uno spettacolo stratificato, complesso, che si avvale di una macchina drammaturgia capace d'intrecciare la passione per il gioco degli scacchi con un'emozionante riflessione su uno dei periodi più bui della storia dell'umanità, quello della follia nazista, della Shoah, dei campi di sterminio. Abbiamo chiesto alla cantante emiliana di parlarci di questo lavoro e del suo rapporto con un testo così denso e segreto.

Milva, qual è stata la sua reazione quando ha letto per la prima volta “La variante di Lüneburg”?
L'impatto è stato fortissimo. Una storia così doveva essere raccontata, cantata, portata all'attenzione della gente. Quando Water Mramor, direttore della Compagnia Artisti Associati di Gorizia, mi ha proposto lo spettacolo, non ho avuto esitazioni. Credo nella poesia e credo nell'impegno. Nella Variante di Lüneburg poesia e impegno si tengono insieme fino all'ultima riga.

Dieci le canzoni che attraversano spettacolo. La sua voce e quella del coro narrano una storia che arriva da molto lontano. Su quale linea si sviluppa il vostro rapporto?
Tra la mia voce e la voce del coro c'è un dialogo emozionante e continuo. Come intenso e continuo è il dialogo con le parti recitate di Mramor e la splendida partitura musica del maestro Valter Sivilotti. Una polifonia di voci che rimandano l'una all'altra in un rimbalzo di vibrazioni e chiaroscuri che rappresentano uno degli elementi più potenti dello spettacolo.

Fra questi dieci brani, ce n'è uno che più degli altri impegna la sua partecipazione emotiva?
Sono due: Luce e Allodole. Due brani di una bellezza stupefacente, dove il dolore per i bambini volati via, in cielo, come allodole, si fonde con l'estremo addio di coloro che sono destinati a passare per il camino dei forni crematori. È vero, io canto, ma qualche volta ho la sensazione che il mio canto si trasformi in una sorta d'invocazione che in qualche caso può somigliare anche a una preghiera.

Tanti i temi che attraversano lo spettacolo: l'eterna lotta tra il bene e il male, l'orrore per l'olocausto, la speranza, il destino…Tanti diversi momenti su cui la sua voce si china cercando il giusto ritmo, la giusta vibrazione. Una ricerca difficile, oppure è l'istinto a indicarle la via?
L'una e l'altra cosa. Con Maurensig abbiamo letto e studiato insieme ogni momento di questo percorso. Ci siamo confrontati, abbiamo discusso, abbiamo provato e riprovato fino a che il risultato si è avvicinato a ciò che entrambi volevamo. Quando questo lungo lavoro è finalmente andato in porto, è subentrata quella sensibilità personale, quell'istinto del cuore e dell'anima che ognuno di noi si porta dentro e che sul palcoscenico diventa la preziosa fiammella che l'interprete consegna con infinita trepidazione al suo pubblico.  

Come si può contrastare il degrado morale dei nostri tempi?
Con l'impegno, l'onestà, il lavoro, la misura. Non si possono chiedere centinaia di migliaia di euro per una comparsata al Festival di San Remo e poi sostenere di essere nel giusto. Non c'è ragione che possa giustificare una cosa del genere. Il lavoro è importante, va rispettato e in quanto tale deve essere remunerato. Ma con senso di equità e giustizia, altrimenti quello che facciamo e diciamo finisce col perdere ogni credibilità.

Quale considera il punto più luminoso e felice della sua vita? Martina, mia figlia. Una donna delicata, intelligente, sensibilissima, che ormai da anni si occupa d'arte e senza la quale la mia esistenza mancherebbe di quella luce per me necessaria come l'aria che respiro.

La Milva di oggi è molto diversa dalla Milva di ieri?
Abbastanza. Problemi di salute mi hanno costretta a rimanere per molto tempo lontana dai palcoscenici, dagli applausi, dai riflettori e da tutte quelle cose che per oltre cinquant'anni hanno accompagnato e riempito la mia vita. Ho saputo adattarmi. Ho accettato ogni cosa con serenità. Il successo e il lavoro sono importanti, ma la salute sta davanti a tutto. Non ho rimpianti. Ho fatto e visto tante cose. Ho lavorato con artisti straordinari. Ho ricordi che potrebbero riempire le pagine di tanti quaderni, ma soprattutto ho l'affetto di mia figlia e della mia famiglia. Va bene così.

Ce l'ha un amore?
No, ma ho trovato un buon equilibrio. Non ho dedicato tutta l'attenzione necessaria alla ricerca della persona giusta con la quale condividere la mia vita. Sicuramente l'uomo più importante, quello che più ho amato, è stato mio marito, Maurizio Corgnati, il padre di mia figlia Martina. Ho sbagliato ad allontanarmi. All'epoca ero giovane avevo solo 27 anni, lui era molto più grande di me. Se mi avesse aiutata a capire, forse non ci saremmo persi.  

Che cosa le manca oggi?
Lo dico piano, in maniera sommessa, ma davvero ho l'impressione di aver ancora tutto quello che mi serve: l'amore dei miei cari, della mia famiglia, di mia figlia, di mio fratello, di mia sorella e, accanto a tutto ciò, ancora e sempre l'amore per il mio lavoro, in particolare per questo testo, La variante di Lüneburg, così denso d'impegno civile, di sofferenza, di dolore, ma anche di delicatezza e poesia. Quella poesia che nei momenti più bui e difficili ci spinge a guardare in alto, oltre l'orrore delle tenebre, in un territorio dove tutto è ancora possibile




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