Un lirismo tragico e pulp per la “Signorina Giulia”

TEATRO/1. Il dramma di August Strindberg rappresentato al Comunale di Thiene
Valeria Solarino corrucciata e intensa fende il palcoscenico con fisicità turbinosa fino a travolgere la blanda resistenza del servo Jean
02/02/2012
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Valeria Solarino nelle vesti della Signorina Giulia che dà il titolo all'opera, e Valter Malosti in quelle di Jean

Maurizia Veladiano THIENE La tragedia incombe fin dall'inizio. Si cammina in un territorio di confine affastellato e ombroso, costellato di scalette, anfratti, luoghi misteriosi e segreti. Ottanta minuti sul filo di una tensione guizzante e inquieta. Al centro sempre lei, la "Signorina Giulia" di August Strindberg, con il suo fluttuante vestito bianco appena sdrammatizzato da un paio di ruvidi stivaletti da cavallerizza in libera uscita. Interpretata da una Valeria Solarino corrucciata e intensa, la bella contessina fende il palcoscenico del Teatro Comunale con una fisicità turbinosa e avvolgente, che finisce con l'affascinare e travolgere la blanda resistenza del servo Jean (Valter Malosti), che in lei vede un'insperata possibilità di riscatto e ascesa sociale. Tutto appare fin troppo greve e materico in questa vicenda dalle tinte fosche e dagli impulsi distruttivi. La giostra infernale scatenata da Giulia e Jean nel bel mezzo della notte di San Giovanni, quando la luce cede il passo alle tenebre e i sensi hanno la meglio sulla ragione, si trasforma passo dopo passo in un gioco delle parti efferato e ipnotico. Un rapporto quasi cannibalesco s'instaura fra i due, spingendoli in un turbine vorticoso e mortifero all'interno del quale schemi e convenzioni si frantumano lasciando libero campo a un'avventura amorosa paranoica e fatale. Il dramma di Strindberg trova in questa notte di mezza estate le vibrazioni di un estraniato movimento iperrealista incalzato da una colonna sonora lampeggiante e sulfurea, dove il vociare ebbro della festa si mescola al canto beffardo dei grilli. Un contesto straordinariamente morboso e labirintico, che Valter Malosti (nel doppio ruolo di regista e interprete) spinge al limite di un'istintualità quasi brutale, forse la sola in grado di travalicare quel confine sociale, quel rigore morale, quel conflitto tra maschile e femminile che innerva tanta parte dell'opera dell'autore svedese. Il risultato è uno spettacolo ricco di chiaroscuri, stratificato, tumultuoso, per qualche tratto anche pulp, ma con dentro il lirismo tragico di un incubo a doppia mandata, la cui chiave sembra essersi perduta nei meandri di una memoria collettiva disorientata e struggente. E se Valeria Solarino incarna il gioco seduttivo di una giovane donna votata all'autodistruzione, cui fa da contraltare il corrusco opportunismo del servo Jean, accanto e in contrapposizione ai due protagonisti della vicenda si erge una singolare figura di donna, la cuoca Cristina (Federica Fracassi), che in questo incandescente contesto sembra accogliere in sé i modi di un'antica, prosaica saggezza. Ciò che resta, alla fine, è la sensazione che il crudo espressionismo evocato dalle scene di Margherita Palli - una sorta d'inferno capovolto che pesca nelle botole di un inconscio sghembo e malato- non sia altro che l'altra faccia di una realtà più delicata e fragile, su cui la regia di Malosti apre camminamenti zigzaganti e imprevisti. Stasera si replica.




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