PROSSIMO
COMANDAMENTI. Enzo Bianchi e Massimo Cacciari parlano d'amore«Ama il prossimo tuo»: la storia del Buon Samaritano è quella di chi sa farsi avanti, chiunque si trovi sulla sua strada. La parola di Gesù resta rivoluzionaria DA FARSI
«Ama il prossimo tuo» non è una delle dieci parole dell'Onnipotente consegnate a Mosè, ma il «comandamento nuovo» di Gesù, opposto a «non uccidere». Chi è il prossimo? Soccorre san Girolamo: «Ogni uomo va considerato prossimo per l'altro uomo, secondo la parabola evangelica». E chi non ricorda la pagina del Buon Samaritano? «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede al locandiere, dicendo: “Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno”» (Lc, 10, 29-38). Cristo interpreta il comandamento nuovo in tutto lo spessore umano del concetto di amore, scrive il teologo Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, autore del saggio Farsi prossimo con amore che, unitamente al testo del filosofo Massimo Cacciari, Drammatica della prossimità, sostanzia il nuovo libro del Mulino dedicato ai comandamenti, intitolato, appunto, Ama il prossimo tuo. Che cosa è amore? Spiega Enzo Bianchi: «La parola “amore” è una delle più familiari, ma ciò che essa designa è difficile da definire, perché riguarda esperienze molto differenti: c'è un amore tra uomo e donna, un amore tra genitori e figli, un amore tra amici, un amore tra una persona e il suo prossimo, un amore tra Dio e i credenti in lui, un amore tra uomo e animali... Questi amori hanno modi molto diversi di manifestazione, di sentimenti, di accenti, ma hanno qualcosa che li unisce e che motiva la comune denominazione di amore? A questa domanda si può forse rispondere affermativamente. Forse in ogni amore c'è un legame di esistenza che è cercato, custodito, fatto crescere, c'è un sentimento convergente dell'amante e dell'amato. L'amore è un movimento che circola tra i due, è generato da uno e causato dall'altro. È così che uno ama in modi differenti diversi oggetti (senza intendere questo termine nel senso di cosificazione) che, appunto, lo pro-vocano. In ogni caso, l'amore resta un mistero, non un enigma ma un mistero, una realtà che pare nascosta e che può essere rivelata man mano che si entra nell'amore stesso». Chi ama entra nell'esistenza dell'altro in una dinamica di «sym-patheia in cui, come in un'ellissi, si formano due fuochi strettamente legati l'uno all'altro: si ama se stessi, si ama questo mondo, si ama il prossimo, si ama Dio». CRISTO offre una nuova interpretazione di «prossimo» rispetto alla Torah in cui già compare il comandamento «amerai il tuo prossimo come te stesso»» (Lv 19-18). Osserva ancora padre Bianchi: «Come si può evincere dal contesto immediato, questo precetto si riferisce alle relazioni fraterne all'interno del popolo di Israele: prossimo ('rea), compatriota (amit), fratello ('ach), figlio del popolo (ben 'ammeka) sono in pratica sinonimi ed esprimono la solidarietà che deve unire tra loro i membri della comunità dell'alleanza. Questo ambito preciso e ristretto è confermato anche dal fatto che, poco oltre, si senta il bisogno di rimarcare l'estensione del dovere etico dell'amore anche al gher (Lv 19,34; cfr. Dt 10,19), l'immigrato, lo straniero che risiede sul suolo palestinese e fa parte, come minoranza etnica, del popolo di Israele. A questo proposito va detto che “amerai il prossimo tuo come te stesso” nella Bibbia ebraica significa anche, in alcuni casi, “amerai lo straniero”. Dunque non solo il vicino, ma anche lo straniero, ovvero l'altro, il lontano per eccellenza». L'interpretazione di Cristo rimane tuttavia rivoluzionaria: «Amerai il prossimo tuo» diventa addirittura la richiesta di amare non solo l'altro, lo straniero «ma anche l'altro che è contro di me, ovvero il nemico, l'avversario, il persecutore, il calunniatore, il malvagio (Mt 5,38-48; Lc 6,27 -35). È impressionante questa dilatazione dell'amore del prossimo data da Gesù al comandamento, ma essa è già, almeno in parte, profetizzata dall'Antico Testamento nella legislazione sullo straniero presente in Israele». Massimo Cacciari interpreta in chiave culturale la parabola evangelica del Buon Samaritano: «A me pare che il centro problematico del racconto risieda altrove. In esso “prossimo” cessa dall'avere qualsiasi riferimento “spaziale”. Non designa uno “stato”, ma l'agire di colui che si ad-prossima. Prossimo è chi si fa prossimo, chiunque egli sia, da dovunque venga e ovunque vada. Prossimo neppure è colui che è giunto a esserci vicino, e fonda accanto alla nostra la sua casa. Il samaritano si fa prossimo, e se ne parte per la sua strada. Neppure si fa riconoscere, e nessun segno, nessun simbolo lascia affinché lo si possa poi ritrovare». Ma, a differenza del sacerdote e del levita, che sono passati oltre, forse per timore di contaminarsi o solo perché chi aveva bisogno di aiuto era repellente, il samaritano si ferma e partecipa alla tragedia del “prossimo”. «Facendosi prossimo a quell'uomo abbandonato, il samaritano si fa prossimo a sé, infonde olio e vino alla lacerazione che il proprio corpo ha patito». Ha partecipato al dolore, alla sofferenza dell'altro in uno slancio d'amore. Salta così ogni schema retributivo. Quindi, «ama il prossimo tuo», senza nulla chiedere. Anzi, ama partecipando alla sofferenza altrui. Anche del nemico.
Attilio Mazza
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