Vacchi, la musica nuova dipinge arcane emozioni

CONTEMPORANEA. Pubblico numeroso al Comunale. Una sofisticata tecnica compositiva che si risolve in eleganza raffinata, mai astrusa
Al Quartetto concerto monografico dell'Ensemble Musagète dedicato al compositore bolognese
11/01/2012
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Il compositore Vacchi a Vicenza

Cesare Galla
VICENZA
La concezione storicistica dell'ascolto è stata inventata dal Romanticismo e ha permesso per un lungo periodo anche al vasto pubblico ciò che i compositori avevano sempre praticato in ogni epoca, e cioè un fecondo rapporto con la musica degli "antichi". Fin dall'inizio del XX secolo, però, questa stessa concezione è sembrata ed è stata sempre più utilizzata come uno dei pochi argini possibili ai tormenti e alla crisi del linguaggio musicale moderno, determinando una fatale divaricazione nella fruizione. L'idea di "musica classica" è nata allora, quando i concerti sono diventati progressivamente e sempre più esclusivamente musei del passato, e mentre la modernità restava appannaggio della musica di consumo, l'altra, legittima erede della "classica", veniva sospinta in una nicchia. Dopodiché, in un fatale processo di radicalizzazione sia delle tendenze creative che delle abitudini di ascolto, la distanza fra i due mondi è diventata un baratro. Nell'era delle avanguardie più spinte, quelle degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, l'impossibile coesistenza era certificata dalla provocatoria indifferenza della nuova musica a ogni istanza di comunicazione, in nome di un'astrazione creativa tanto astrusa quanto spesso culturalmente ottusa e ideologicamente arrogante.
Solo a partire dagli anni Ottanta la musica contemporanea non popolare ha iniziato un percorso di ripensamento e di riconquista dei suoi spazi naturali. I linguaggi si sono aperti e diversificati, hanno accolto istanze di mondi sonori diversi e "altri", del presente e del passato, cominciando a riconquistare qualche "appeal" nei confronti del pubblico in virtù di una duplice scelta di espressività e comunicazione.
Il baratro di cui si parlava prima è diventato meno profondo, il "ghetto" della musica di oggi è sempre più aperto. È per questo che una serata di musica contemporanea può essere proposta da una storica società di concerti come il Quartetto senza costruirgli intorno particolari cornici, semplicemente nella stagione, come gli appuntamenti più "classici". E infatti a seguirla arriva un pubblico molto numeroso, cosa impensabile per questo genere di appuntamenti solo pochi anni fa.
È accaduto l'altra sera nella sala grande del Comunale, quando l'Ensemble Musagète ha proposto un concerto quasi monografico dedicato a Fabio Vacchi, che della nuova musica e delle sue istanze di espressività e comunicazione è uno dei più raffinati e colti ed efficaci esponenti oggi, a livello internazionale.
Le composizioni in programma andavano da "Luoghi immaginari", complesso polittico strumentale del 1987 definito in multiforme declinazione di organici e di timbri, dal trio all'ottetto, con fiati e archi paritetici protagonisti, al Wanderer-Oktett, nato nel 1997 per fare in qualche modo da "contraltare" in concerto al celebre Ottetto di Schubert, di cui ricalca la distribuzione timbrica. Nel mezzo, l'originale versione cameristica di "Dai calanchi di Sabbiuno" per flauto, clarinetto, violino, violoncello e campane, dolente brano, "quasi una marcia funebre", nato nel 1995 per il cinquantenario della Liberazione e della guerra di Resistenza, il Trio con archi e pianoforte "Orna buio ciel" (2000) omaggio a Luciano Berio fin dal titolo, che è l'anagramma del nome del compositore ligure scomparso nel 2003, e le famose "Ricorrenze" dello stesso Berio (1986) per quintetto di fiati.
Autore prolifico, versato nei generi più diversi, dal teatro alla cameristica, capace di vincere un David di Donatello per la colonna sonora del "Mestiere delle armi" di Olmi, con cui spesso collabora, il sessantaduenne Vacchi (che con questo concerto è tornato nella città dei suoi anni giovanili, quando insegnava al conservatorio di Vicenza) è un musicista capace di elaborare una tecnica di estrema sofisticazione e di profonda consapevolezza culturale e storica in un musica insieme raffinata ed emozionante. Nelle composizioni che si sono ascoltate, i colori strumentali avevano valenza espressiva e strutturale al tempo stesso, elementi di una melodia e di un'armonia che procede per aggregazioni, lineare e comunicativa all'ascolto eppure frutto di complessa elaborazione. La meditazione dell'autore "passa" all'ascoltatore e gli si rivela in un'esperienza musicale interiore, speziata di arcane implicazioni "etniche", a tratti perfino ipnotica (specie dei "Luoghi Immaginari"), mai però vanamente astratta, anzi spesso sottilmente evocativa, perfino pittorica.
Aperta da un intervento commosso dello stesso Vacchi in ricordo di Florence Marzotto scomparsa la settimana scorsa, appassionata sostenitrice della musica, la serata si è conclusa con grandi applausi e numerose chiamate per il compositore e per gli strumentisti del Musagète: Giovanni Guglielmo e Tiziano Guarato violini, Michele Sguotti viola, Giordano Pegoraro violoncello, Daniela Georgieva contrabbasso, Francesca Tirale arpa, Didier Bellon vibrafono e campane, Fabio Pupillo flauto, Remo Peronato oboe, Lugi Marasca clarinetti, Enrico Barchetta corno, Laura Costa fagotto, Gabriele Dal Santo pianoforte. Tutti autori di una prova magnifica per tecnica, precisione e adesione stilistica.