Premio Pulitzer collage «Sparpagli i pezzi li rimonti e fai un libro»

PAUL HARDING
17/05/2011
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Paul Harding, 44 anni, premio Pulitzer con L'ultimo inverno (Neri Pozza)

Gli Stati Uniti possono essere un Paese diverso dall'immagine spersonalizzante che viene ripetuta, fatto di natura, sentimenti e vita vissuta. È questa l'America di Paul Harding, ospite al salone internazionale del libro per presentare il suo romanzo L'ultimo inverno (Neri Pozza) che gli è valso il premio Pulitzer per la letteratura 2010. Harding si è aggiudicato da esordiente il massimo riconoscimento editoriale americano e la storia del suo successo è davvero travolgente. Il libro è rimasto chiuso per alcuni anni nel cassetto, per i continui rifiuti da parte di agenti e di case editrici. Nel 2009 la piccola casa editrice indipendente Bellevue Literary decide di pubblicarlo e da quel momento diventa uno dei casi dell'anno. Il quarantenne Harding, dopo una giovinezza da batterista, sceglie una carriera letteraria e insegna scrittura creativa all'università di Harvard. La sua vita ora è cambiata e spesso deve stare lontano da sua moglie e dai figli che vivono nella tranquilla Georgetown, in Massachusetts. Incontriamo Harding nel salone dell'albergo del Lingotto. Lui arriva sorridente, in anticipo rispetto all'appuntamento che abbiamo fissato. Indossa una giacca scura e una camicia bianca, ma nessuna cravatta. È sereno e sorridente, manifesta ancora quell'anima rock che ha contraddistinto la prima parte della sua vita. Sembra a metà strada tra un personaggio della serie televisiva «Grey's Anatomy» e il cantante del duo comico Flight of the Choncords.
Quanto tempo ha impiegato a scrivere il romanzo?
Avevo iniziato nell'estate del 2000 e l'ho concluso dopo quattro anni. Da quel momento è partita la ricerca di un editore. Ho scritto a decine e decine di case editrici. Nessuna risposta. Nessuno sembrava essere interessato al mio scritto. Poi una piccola casa editrice, specializzata per di più in libri medici, decide di pubblicarlo.
Quante copie sono state distribuite e quali canali avete scelto?
All'inizio non più di 3.500. Si era optato per le piccole librerie indipendenti.
Qual è stato allora il segreto per arrivare a vendere migliaia e migliaia di copie?
Seppure viviamo nell'epoca di internet, il successo è dovuto al passaparola. Mi ricordo ancora il calore con il quale i lettori mi hanno accolto in una libreria della città più liberal degli Usa, San Francisco. Eppure il mio libro racconta un'America così diversa dalla loro. Un'America provinciale, povera, lenta e old fashion
L'inizio del romanzo è struggente: il protagonista, George Crosby giace in un letto, nella sua casa nel verde del New England. Si vola allora nella visione che ha della sua vita, ma soprattutto di suo padre, un venditore ambulante con un asino e un carro nell'America di inizio Novecento. Ma l'inizio del romanzo sembra partire proprio dalla fine della storia...
È vero. Tutto accade in un certo senso fuori dal tempo: gli episodi vanno avanti e indietro, l'inizio è la fine della storia. Di fatto la struttura è nelle persone. Coscienza e consapevolezza per me sono processi fondamentali. I ricordi vanno e vengono per emozioni e meccanismi psicologici che sono più veloci della luce.
I personaggi del libro, George e Howard, prendono spunto da suo nonno e suo bisnonno. Era coinvolto emotivamente?
Quasi tutte le premesse del libro sono vere, ma non ho mai puntato sull'aspetto autobiografico. Sono state solo storie da cui sono partito perché mi sembravano interessanti, non perché ci cercassi qualcosa di me.
È vero che ha costruito il racconto facendo un vero e proprio collage del materiale che aveva scritto?
Sì, ho scritto per associazioni. Quando ho finito, il manoscritto era troppo caotico. Così l'ho stampato, tagliato in pezzi che ho sparso sul pavimento della mia casa, e ho passato due notti rimettendo i tasselli in un ordine che mi sembrasse elegante e artistico. Ho scritto il romanzo quasi fosse una poesia. Penso che la narrativa sia una poesia non in versi. Continuo a cercare luoghi dove i due linguaggi si miscelino in qualcosa di diverso.
Quando è arrivato il Pulitzer, che cos'ha pensato?
Continuo a essere meravigliato, grato al Pulitzer, e credo lo resterò per tutta la vita. È meraviglioso. La nomina è arrivata proprio mentre trovavo tante difficoltà a farmi pubblicare.
Il New York Times e molti altri quotidiani l'avevano snobbata. Due eccezioni sono il Los Angeles Times che, invece, ha parlato di lei come di «uno scrittore in grado di descrivere così bene le cose che le si possono quasi annusare e sentire dentro il cuore» e il New Yorker che ha elogiato la sua «magica evocazione di memorie». Si riconosce in questi giudizi?
Sono ancora sorpreso da questi due ultimi elogi. Tutto quello che ho scritto ha origine dall'esperienza che deriva dai sensi. L'ultimo inverno prende spunto dalla storia di sofferenza di mio nonno materno. Da questa base drammatica attinge la mia esperienza personale.
Sta scrivendo un nuovo romanzo?
Sì. Manca poco alla sua conclusione. S'intitola Enon e lo sto ambientando ancora una volta nel Maine. Ma non sarà assolutamente un sequel del primo
Ha ancora tempo di suonare la batteria? Quale musica ascolta mentre scrive?
Ormai non faccio più parte della band con cui ho girato anni fa in Europa. Quando mi metto a scrivere adoro ascoltare la musica da Camera, Beethoven e Mozart
È finita la sua passione per il rock? Che artisti ha nel suo iPod?
Nel tempo libero e quando viaggio non possono mancare i Rolling Stones e David Bowie.