Il quasi nulla che "fa" l'Universo
SCIENZA. Inaugurato ieri (ma è operativo già da quasi un anno) il colossale dispositivo costruito nel laboratorio sotto al Gran SassoIl rivelatore di neutrini promette di dire molto sull'origine del Cosmo Rubbia: «Il nucleare? Pensiamoci bene, soluzione entro 15 anni»
Stefano Girlanda
INVIATO AL GRAN SASSO (AQ)
ICARUS: sospeso nello spazio dell'immaginazione musicale fra una lirica di Brian Eno e un viaggio interstellare con i Pink Floyd, Imaging Cosmic and Rare Undergrounds Events è l'enorme rivelatore di particelle (neutrini) installato nei Laboratori dell'Istituto nazionale di fisica nucleare nel cuore sotterraneo del Gran Sasso, che sfrutta un acronimo preso in prestito dal Mito per cercare di aprire nuovi orizzonti della conoscenza e far volare l'uomo verso risposte decisive ai tanti perché che affollano il Cosmo e la nascita dell'Universo.
Comincia a farlo in via ufficiale in una mattinata di inizio primavera dopo dieci mesi di intenso rodaggio in stretto contatto con il CERN di Ginevra, sfruttando una tecnologia unica al mondo, mettendo assieme decine di studiosi affermati e giovani ricercatori da tutta Italia e tutto il pianeta, coordinati per larga parte da un vicentino, il prof. Alberto Guglielmi, braccio destro del premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia.
«Per noi è diventato una sorta di slogan osserva Guglielmi in una pausa della lezione alla stampa nella imponente galleria che costituisce la sala B dei laboratori sotterranei -: stiamo a 1300 metri sottoterra per riuscire a guardare di più e meglio le stelle
Sembra un paradosso, no?».
Eppure così non è per chi della fisica astroparticellare fa un credo, una ragione di vita; per chi indaga l'infinitesimamente piccolo per capire l'infinitesimamente grande; per il prof. Guglielmi e i suoi ragazzi dell'Università di Padova (e c'è tanto futuro targatoVeneto di cui andare italianamente orgogliosi, quaggiù nelle viscere degli Abruzzi); per lo stesso Nobel Rubbia, che s'aggira da un angolo all'altro del tunnel che ospita ICARUS circondato da uno sciame di microfoni e telecamere con il suo caschetto giallo d'ordinanza senza perdere né il gusto della battuta e il divertimento, né la gioia che trasmette spiegando, osservando, prospettando nuovi scenari.
«La moratoria sul nucleare proposta da Veronesi? Gli suggerirei - dice fra l'altro, facendosi serio - di andare a fare una visita a Fukushima. Credo sia importante capire e far capire alla gente, senza lasciarsi in nessun caso prendere la mano da scoop o sensazionalismi. Non ho mai pensato né detto che il nucleare debba essere spazzato via, ma è il momento di una riflessione profonda su un fatto sorprendente. Intendiamoci: anche a Messina con il terremoto del 1908 un'imbarcazione finì in mezzo alla città spinta dalle onde anomale. E il Big One può avvenire dappertutto... Ma pensiamoci: non esiste alternativa seria al petrolio nell'immediato, il 97 per cento del trasporto dipende da esso, così come il 50 per cento della chimica fine. E il nucleare è energia elettrica, e non petrolio. Però lo scollamento tra rispetto dell'ambiente e sviluppo della ricerca è un fatto. Ripeto: pensiamoci, seriamente. Una soluzione va trovata entro i prossimi 10-15 anni».
Lasciando da parte le suggestioni del libro di Michel Houellebecq che altre "particelle elementari" aveva indagato, scostando a lato la visione dell'"Origine del mondo" il più scandaloso quadro della storia dell'arte concepito dal pennello di Gustave Courbet, qui al Gran Sasso intanto il passato remotissimo (Big Bang, Cosmo bambino e via dicendo) può disegnare il futuro attraverso la fisica del neutrino. Con un pensiero all'opera dei padri della fisica, Enrico Fermi, Bruno Pontecorvo, Antonino Zichichi, dopo 20 anni di lavoro in ricerca e sviluppo, i fisici hanno cominciato a veder funzionare ICARUS il 27 maggio scorso. Fin dai primi istanti, il rivelatore a due moduli di 300 metri cubi ognuno a forma di parallalelepipedo contenenti 600 tonnellate di Argon liquido ultrapuro, ha registrato dati, catturando le tracce dei rari raggi cosmici che raggiungono le profondità del laboratorio (1300 metri sottoterra equivalgono a 3000 metri sotto il mare).
Ma soprattutto ha consentito e consente di fotografare letteralmente (in 3 D) gli "eventi" delle interazioni di neutrini del fascio puntato dal Cern che dopo circa un chilometro in galleria attraversa la crosta terrestre per altri 732 in
libertà e viene infine intercettato dal rivelatore in Abruzzo. Questione di attimi, frazioni di secondo, e questo "nulla" che è così piccolo da attraversare la materia, che è così piccolo da rappresentare la massa oscura dell'Universo, quel 95 per cento a noi ancora sconosciuto, si rivela agli occhi umani attraverso sofisticate apparecchiature: un tempo erano tracce nel vapore, poi le scie di bollicine d'acqua (quelle che il prof. Guglielmi, allora neolaureato a Padova aveva cominciato a immortalare a Ginevra a metà anni Ottanta) che dimostravano il passaggio (e l'esistenza) di quel "qualcosa" che è il neutrino.
Oggi i due moduli di cui è composto ICARUS sono attraversati da una fitta rete di circa 54mila sottilissimi fili d'acciaio tesi su un grande telaio e immersi in Argon che permette di registrare elettronicamente il passaggio delle particelle, leggendo le cariche elettriche rilasciate nella traccia del processo di ionizzazione. Un rivelatore capostipite di una nuova serie di apparati sempre più evoluti con cui osservare l'Universo e studiarne le componenti fondamentali.
«Oggi abbiamo appreso che i neutrini non sono una semplice copia delle particelle elementari - osserva il prof. Roberto Petronzio, presidente dell'INFN -ma contengono caratteristiche uniche e a essi specifiche. I neutrini potrebbero allora essere la causa dell'esistenza della materia oscura, una delle più grandi scoperte degli ultimi anni. La materia oscura ci indica ciò di cui siamo fatti, la materia adronica generata all'istante della cosmogenesi non è la forma principale della materia dell'Universo: il 95 per cento è ancora da scoprire!».
ICARUS: un pezzo del mosaico per capire l'Universo. Prof. Rubbia, che sia il tempo di un Nobel all'Italia, a questa sua equipe? Si ferma, finalmente lontano dalla folla. «L'importante non sono i premi, ma le scoperte. E qui sotto ci sono voglia e mezzi per fare grande,giusta ricerca». Parola di premio Nobel. Quasi timido, al suo fianco Alberto Guglielmi sorride. Domani tornerà a Vicenza con qualcosa di nuovo da raccontare a suo figlio.


















