Salomè, dietro a quei veli lussuria significa morte

FITAINSIEME. L'altra sera e ieri pomeriggio al San Marco un capolavoro del Decadentismo
Convince La Zonta nel celebre dramma di Oscar Wilde, fascinoso anche nell'apporto scenografico di Mattia Trotta e nelle musiche eseguite dal vivo
26/10/2009
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Un groviglio di fili nelle scene di Mattia Trotta per Salomè

Lino Zonin
VICENZA
"Lussuria, mistero, perdizione, amore": questo promette il programma di sala della Salomè di Oscar Wilde che il Circolo La Zonta di Thiene ha portato alla rassegna Fitainsieme al San Marco. Un impegno non da poco, che la compagnia diretta da Mauro Lazzaretti onora con una prova convincente dei numerosi soggetti coinvolti: oltre agli attori, sono infatti impegnati due musicisti dal vivo, un coro che fa sentire la sua voce dalla balconata, due ballerine, lo scenografo Mattia Trotta, le cui opere costruite con il filo di ferro aggiungono un tocco di fascino alla rappresentazione.
Sono tre gli elementi creati da Trotta: il trono di Erode, il tetrarca di Giudea davanti al quale si consuma il dramma; la gabbia che racchiude il corpo ma non lo spirito di Iokanaan, il profeta che con le sue accuse scuote le coscienze e scatena le più impreviste reazioni; una gigantesca luna che campeggia minacciosa nel cielo, foriera di disgrazia. Il groviglio di fili da cui prendono forma gli oggetti di scena anticipa il travaglio interiore che scuote l'animo dei protagonisti. È in particolare Salomè, la bellissima figliastra di Erode, a risentire dell'influsso malevolo della luna. La voce del profeta che giunge dalla profondità della prigione la turba. Lei vuole a tutti i costi incontrare quell'uomo fiero e indomabile e per raggiungere il suo scopo mette nei guai il capitano delle guardie che, dopo aver ceduto alle richieste della fanciulla, temendo il castigo di Erode, si uccide. Lei, imperterrita, tenta di sedurre il profeta: si accontenterebbe di un bacio che l'altro, sprezzante, le nega.
Offesa dal rifiuto prepara la vendetta. Accontenterà Erode e ballerà per lui, in cambio della promessa di vedere esaudita ogni sua richiesta. E così il tetrarca le farà portare in un bacile d'argento la testa di Iokanaan perché la capricciosa principessa possa finalmente spegnere, nel più macabro dei modi, la sua sete di lussuria.
In questo dramma cupo e senza speranza non c'è traccia dello spirito sagace e ironico che pervade tante commedie di Oscar Wilde. Qui lo scrittore irlandese si esercita in uno stile classico pieno di lirismo: il volto di Salomè è "pallido come il riflesso di una rosa bianca su uno specchio d'argento", la bocca del Profeta è "rossa come una melagrana tagliata da un coltello d'avorio".
I sentimenti sono esasperati, il destino di tutti già segnato da una maledizione che sembra trasmettersi attraverso lo sguardo. "Non guardare in questo modo la principessa", "Non fissare troppo la luna", "Allontana i tuoi occhi da volto del profeta": queste le esortazioni che i comprimari rivolgono con insistenza ai protagonisti. È una frase di Erode a rendere palese il pensiero dell'autore, provato dalle dicerie che in quegli anni, attorno al 1891, cominciavano a demolirne la figura: «Non bisogna guardare nelle persone ma negli specchi, che non riflettono altro che maschere». Eppure, pur nel torbido svilupparsi della vicenda biblica, l'irriducibile verve di Wilde trova uno spunto per manifestarsi. Saputo del suicidio del capitano delle guardie, Erode esclama: «Credevo che solo i filosofi romani si uccidessero».
Tra i molti protagonisti della messa in scena si segnalano Giampiero Pozza e Gioia Cavedon, ben calati nei ruoli di Erode e Salomè. Marina Vecelli, Eleonora Barbiero, Francesco Pasquale, Corrado Carollo, Simone Picelli e Antonio Mosele fanno con onore la loro parte.
A causa di un piccolo infortunio Mauro Lazzaretti non ha potuto vestire i panni di Iokanaan. Al suo posto è entrato nella gabbia il ballerino Lorenzo Tonin e ai suoi gesti ha dato voce, fuori campo, lo stesso Lazzaretti. Se l'arcano non fosse stato svelato alla fine della recita, nessuno avrebbe pensato che l'idea di sdoppiare la figura del Profeta era dovuta a un'emergenza e non a una intuizione del regista.
Ai piedi del palco hanno suonato la chitarra, il flauto e varie percussioni Alberto La Rocca e Giuseppe Dal Bianco. Le altre voci fuori campo erano del coro Città di Thiene.
Lunghissimi gli applausi.