Hugo de Ana e il Barbiere Fantasia al potere in Arena

FESTIVAL LIRICO. TORNA DOPO DUE ANNI UNO SPETTACOLO CHE MERITA DI ENTRARE NEL REPERTORIO. POSITIVA LA PROVA DEL DIRETTORE ANTONIO PIROLLI
Divertimento puro con il capolavoro buffo di Rossini secondo il regista argentino. Fedeltà all'opera fra continue invenzioni sceniche
12/07/2009
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Il finale del primo atto del Barbiere di Siviglia FOTO BRENZONI

Cesare Galla
INVIATO A VERONA
Le non frequenti rappresentazioni del "Barbiere di Siviglia" in Arena hanno un andamento cronologico particolare: due edizioni a distanza di un circa un decennio l'una dall'altra, subito dopo la guerra; un intervallo di ben 40 anni e poi altre due ancora separate da un decennio fra la metà degli anni Novanta e il 2007. Ora questo particolare trend si è interrotto: "Il Barbiere di Siviglia" di due estati fa è di nuovo qui (mai prima un allestimento era stato riproposto) e la scelta è vincente, perché lo spettacolo di Hugo de Ana non è soltanto una delle invenzioni più fantasiose e riuscite viste in Arena da qualche anno a questa parte, ma è anche la brillante soluzione del problema di calare nello spazio monumentale e archeologico dell'anfiteatro romano una commedia borghese di caratteri come il capolavoro buffo di Rossini.
Il regista-scenografo-costumista argentino risolve radicalmente la questione andando all'essenza della drammaturgia e riformulandone completamente la cornice. E dunque, non c'è Siviglia nel suo "Barbiere", non c'è distinzione fra interni ed esterni: tutto si svolge in un fantasmagorico giardino nel quale le rose hanno le dimensioni degli alberi, le farfalle sono enormi aquiloni, le siepi sono altissime e solo apparentemente invalicabili, visto che in realtà il labirinto da esse formato si scompone e ricompone nell'agile gioco degli elementi scenici mobili.
In questo fascinoso teatro di verzura il racconto procede con una fluidità naturale e raccolta, tutta proiettata in primo piano, a proscenio; anche i recitativi – momento critico in uno spazio monumentale come quello areniano – sono risolti con sorprendente efficacia e non abbassano la "temperatura" di uno spettacolo dalla forte impronta dinamica, ovviamente modellata sull'energia che promana dalla partitura rossiniana, e dalla finissima attenzione alla recitazione e ai suoi particolari. In questo senso è decisivo l'apporto coreografico di Leda Lojodice, che muove il piccolo esercito di mimi e figuranti in motom perpetuo con ironia e gusto dello sberleffo.
Con il "Barbiere" firmato de Ana si sorride, si ride e ci si meraviglia. Dalle damine con cicisbei che "contrappuntano" la Sinfonia avanti l'opera, ai fuochi artificiali che suggellano le nozze fra Almaviva e Rosina, le invenzioni sceniche sono a getto continuo. Niente di rivoluzionario a tutti i costi e niente di stucchevole o scontato, con sicuro buon gusto e con un'eleganza perfino sfarzosa nei costumi, che sono uno spettacolo nello spettacolo.
Un "Barbiere" esemplare, insomma, che a buon diritto merita di entrare nel grande repertorio areniano, specialmente se si continua a proporlo – come avviene anche quest'anno – con un cast vocale che ha poco da invidiare a quelli delle più reputate edizioni "specialistiche". Squadra che vince non si cambia, se non con pochi e meditati ritocchi. In questo caso, la novità è data dal debutto areniano di Marco Vinco, che non a caso arriva nell'anfiteatro della sua città con Rossini, l'autore che più ne ha rivelato il talento sui grandi palcoscenici internazionali. Il suo Don Basilio (il personaggio della celeberrima Aria della calunnia) è scenicamente spassoso e vocalmente corposo, con il valore aggiunto di una matura cantabilità che anche nella zona alta della tessitura non perde la ricchezza del colore.
Per il resto, cast immutato rispetto a due anni fa, e in bella forma. Straripante addirittura l'Almaviva di Francesco Meli, che ha il colore e la linea di canto giusti, cesella la coloratura al bulino fine, svetta con facilità senza mai forzare, fraseggia con eleganza. Una totale padronanza del personaggio e dello stile, esattamente come quella sciorinata da Bruno De Simone, che delinea un Don Bartolo di irresistibile prosopopea comica, mai sopra le righe o caricaturale, con presenza scenica e vocale di assoluto rilievo. Al suo fianco – o meglio, in continuo "duello" – Annick Massis è stata una Rosina di accattivante brillantezza belcantistica, molto elegante nel canto spianato e a suo agio in ogni esigenza "acrobatica", raffinata anche sul piano scenico. Franco Vassallo ha dato a Figaro voce chiara e affabile ricchezza espressiva, risultando convincente nella sua celebre Cavatina e molto musicale nei numeri d'insieme, risolti anche in precisa definizione dell'accidentata "coloratura" rossiniana. Bene anche i comprimari: la Berta di Francesca Franci, ironica e vocalmente precisa, il Fiorello di Dario Giorgelè, che poi si è divertito nella macchietta di Ambrogio e l'ufficiale di Maurizio Magnini. Di sperimentata efficacia il coro istruito da Marco Faelli.
Positivo anche il debutto sul podio di Antonio Pirolli. Il suo "Barbiere" vive di molta coinvolgente energia: tempi svelti ma non superficiali, attenzione ai dettagli timbrici in orchestra, preciso controllo dei concertati, taglio comico non privo di eleganti aperture liriche. Un'interpretazione bene in linea con il carattere dello spettacolo, salutato ieri sera, alla prima, in un'Arena molto vicina al tutto esaurito, da molti applausi a scena aperta e da un grande successo alla fine.
Le repliche iniziano mercoledì prossimo e proseguiranno il 25 luglio e l'1, 6 e 14 agosto.