CHE BELLA

MOSTRA. Venezia espone a Palazzo Fortuny pezzi rari e sconosciuti
Non solo Madame Tussaud: la ceroplastica è vera arte come prova una straordinaria rassegna. Dai dogi ai criminali di Cesare Lombroso, quanti tipi inquietanti CERA
08/06/2012
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Cera di Angelo Gabriello Piò: raffigura Carlo Francesco Dotti, 1759, Bologna, Madonna di San Luca

Ci sono i santi e i pendagli da forca, accomunati dall'avere una bella cera: bella solida, nonostante la malleabilità, se resiste dal Settecento. Religiosi e criminali sono tra i soggetti preferiti dell'antica statuaria in cera: a Venezia — nella straordinaria mostra «Avere una bella cera. Le figure in cera a Venezia e in Italia», in corso fino al 25 giugno a Venezia, al piano terra di Palazzo Fortuny— capita di vederli faccia a faccia, i pii e i reprobi. Ecco da un lato dodici busti di frati capuccini, databili al XVIII secolo, recuperati nella sacrestia della chiesa del Redentore: occhi di vetro, all'insù o all'ingiù, barbe, baffi e capelli veri e corone di spine (come nel caso di santa Veronica de Julia, abbadessa, un vero e proprio unicum di questa particolare iconografia religiosa). Dall'altro lato, ecco dodici criminali, realizzati alla fine dell'Ottocento dall'allievo di Cesare Lombroso, Lorenzo Tenchini. Terrificanti come nelle aspettative, le teste mozze di ladri, delinquenti, assassini, incendiari, grassatori, tutti rigorosamente numerati, poggiano su morbidi cuscini viola. Sono una piccola parte di una cospicua collezione che ne conta ben 72, oggi suddivisa tra il Dipartimento di anatomia umana dell'Università di Parma e il Museo di antropologia criminale di Torino. Questa visione è il cuore della mostra. Perfette le stanze scure nella casa-museo di Mariano Fortuny, diretta da Daniela Ferretti, che esalta l'anima delle cere in mostra. Perché le cere hanno un'anima, ricorda Julius Von Schlosser, storico dell'arte di scuola viennese: «Mai l'arte figurativa si è tanto adoperata per ricreare l'immagine speculare della realtà, mai ha preso così alla lettera la storia di Narciso». Il campo è poco indagato della storia dell'arte. Ma le figure in cera a grandezza naturale negli ultimi anni hanno suscitato interesse, ma senza arrivare finora a una esposizione tematica. Ci ha pensato Andrea Daninos, tra i maggiori studiosi internazionali di ceroplastica, storico dell'arte e collezionista di cere (e di libri antichi), che, in occasione del centenario del primo saggio dedicato alla storia del ritratto in cera, Geschichte der Porträtbildnerei in Wachs, opera di Julius von Schlosser, ne ha curarato la prima edizione italiana. Leggere quanto è scritto in questo libro, ma anche nel prezioso catalogo che accompagna la mostra (edito da Officina Libraria aperta con testi dello stesso Daninos, Guido Guerzoni, Giovanni Ricci, Emanuele Trevi), vince i pregiudizi di chi giudica le cere «attrazione turistica». È vero, il museo più visitato di Londra, dopo il British e la National Gallery, è quello di Madame Tussaud deicato alle cere, con le repliche dei famosi di ogni tempo. Ma c'è anche l'arte in cera, ricca di tradizioni, di maestri, di storie mai raccontate. Questa esposizione, se si provoneva di riscattare una forma artistica poco conosciuta, ha raggiunto lo scopo: è visitata e ben recensita, sui quotidiani italiani e stranieri, che mostrano maggiore interesse per queste vecchie cere, piuttosto che per quelle contemporanee, esposte nella personale di Urs Fischer, in corso a Palazzo Grassi. L'artista svizzero, ha vinto l'ultima Biennale d'arte veneziana con una geniale rivisitazione in cera colante del Ratto delle Sabine di Giambologna, idea che ripropone in questa sua personale, ma in forma deludente. In mostra troviamo alcuni esempi significativi di ritratti in cera, fatti a calco o da maschera funebre. Nella prima sezione sono esposte una serie di maschere in cera di dogi veneziani (XVIII secolo), testimonianza pressoché unica dell'uso di «doppi» in cera nelle cerimonie funebri. Quando un grande moriva si collocava sulla bara l'effigie in cera rivestita dei segni distintivi del potere; a questo servivano i ritratti che aprono la rassegna, dei dogi di Venezia Mocenigo e Loredan e del patriarca Correr. La sezione centrale della mostra è dedicata alla tradizione del ritratto in cera in Italia. A rappresentare la scuola bolognese, unica città in Italia dove l'arte del ritratto in cera a grandezza naturale ebbe vasta diffusione, sono dei veri e propri specialisti del genere: Luigi Dardani, Angelo Gabriello Piò e Filippo Scandellari. Spettacolari anche i busti di uomini di potere realizzati da due artisti che lavorarono fuori d'Italia. IL MISTERIOSO Joseph Müller-Deym, nobile austriaco che nel Settecento a Vienna possedeva un celebre museo delle cere, è presente con il ritratto di Maria Carolina di Borbone mentre del piemontese Francesco Orso, che negli anni della Rivoluzione francese aprì a Parigi un'analoga esposizione di cere, sono presentate le opere realizzate per la corte sabauda. Nell'ultima stanza due bambini rivedono la luce dopo tantissimi anni. Opera del Settecento veneziano, dimenticati da tempo nei depositi di Palazzo Mocenigo, queste due figure-ritratto vestite a grandezza naturale, già ricordate da Schlosser e da Mario Praz, che le paragonava ai protagonisti del Giro di vite di Henry James, sorprendono per la qualità dell'esecuzione e per l'inquietante realismo. Ed è proprio grazie al ritrovamento di questi due bambini che è nata la mostra. «L'eccezionale qualità delle due cere ritrovae e l'esistenza nelle collezioni pubbliche e negli edifici di culto veneziani di una serie di ritrati in cera poco o per nulla noti», spiega Andrea Daninos, «ci ha convinti a dedicare una mostra a questo tema. Oltretutto antico è il legame tra Venezia e la produzione della cera: nel Quattrocento ben 23 fabbriche la lavoravano e in tutta Europa se ne elogiava la qualità». La ricchezza ed eccezionalità delle opere è dovuta ai prestiti da chiese, università come quella di Parma e Palazzo Reale di Napoli.

Maria Teresa Ferrari




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