VOLPI, FILOSOFO PER TUTTI

L'ADDIO. SI È SPENTO IERI SERA ALL'OSPEDALE SAN BORTOLO UNO STUDIOSO COSMOPOLITA CHE HA SEMPRE TENUTO ALLE SUE RADICI VICENTINE
Autorità indiscussa su Heidegger e Schopenhauer è stato divulgatore dallo stile giornalistico vivace, lucido e accattivante
  • 15/04/2009
 
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Franco Volpi era nato a Vicenza il 4 ottobre 1952. Era ordinario di storia della filosofia contemporanea all'università di Padova. INDIRA RESTREPO

SEGUE DALLA PRIMA
Ma d'ora in avanti non potremo più avere soccorso e illuminazione dalla sua sapienza, dalla sua lucidità, dalla sua straordinaria capacità di comunicare e rendere chiare anche le più ardue ipotesi speculative. Sempre con una semplicità quasi disarmante.
La morte di Franco Volpi è una terribile tragedia umana ed è anche una tragedia della cultura, italiana ed europea. Si spegne ad appena 56 anni una mente formidabile, se ne va un uomo che aveva davanti a sé ancora lunghi decenni di fervidi studi, un intellettuale di amplissimi orizzonti e di esemplare apertura, sempre immune dalle costrizioni ideologiche e capace anzi di "dettare" una linea culturale aliena da ogni condizionamento e dunque di far progredire in concreto la consapevolezza culturale della nostra epoca, in Italia e fuori. Era un figlio verace di Vicenza, orgoglioso di esserlo.
Si era formato al liceo Pigafetta, allievo di Giuseppe Faggin, con il quale aveva mantenuto sempre un rapporto specialissimo. Dopo la scomparsa del professore, si era assunto in certo modo anche il ruolo di sua "memoria", curando pubblicazioni e convegni su di lui, come ex allievo del liceo e come accademico olimpico. Dopo la laurea a Padova con Enrico Berti, la sua carriera accademica era stata impetuosa e brillantissima: associato a 25 anni, ben presto in cattedra come professore ordinario di Storia della filosofia. Era una figura centrale negli studi su Martin Heidegger, non solo in Italia (dove ha promosso le principali edizioni dell'opera del pensatore tedesco) ma anche in Germania e in tutta Europa. Un'autorità riconosciuta, un punto di riferimento. Autentico cosmpopolita della cultura, passava da una sede universitaria all'altra (Francia, Germania, Sudamerica, Messico, Canada), chiamato per seminari, lezioni, laboratori. Il suo ambito d'elezione restava il pensiero tedesco fra Otto e Novecento (da Schopenhauer a Nietzsche, da Heidegger a Karl Schmitt) ma era capace di straordinarie intuizioni anche in altri ambiti. Esemplare, in questo senso, il suo lavoro intorno a Nicolás Gómez Dávila, filosofo moralista colombiano morto nel 1994, autore di un gigantesco quanto sconosciuto corpus di testi aforistici di cui ha curato la edizione originale in spagnolo e quella in italiano, rivelandolo al mondo culturale internazionale come personaggio di assoluto rilievo.
Figura di primo piano del mondo accademico, Franco Volpi aveva però come straordinaria e particolarissima dote una scioltezza pubblicistica preclusa a molti pur dotti suoi colleghi. Era insomma un giornalista verace, capace di produrre un articolo in due ore, sull'onda dell'urgenza cronistica, su argomenti sofisticati e senza mai perdere in chiarezza e precisione. E anche la sua attività come consulente editoriale (specialmente per Adelphi) era improntata a questo taglio divulgativo di altissimo livello. Un suo fiore all'occhiello, ad esempio, era il successo avuto dai piccoli testi di Schopenhauer abilmente individuati nell'arduo corpus del filosofo e proposti al grande pubblico con la forumula delle "pillole di saggezza". O anche le splendide interviste (a quattro mani con Antonio Gnoli, attuale capo delle pagine culturali della Repubblica) con personaggi decisivi del Novecento: Ernst Junger, Albert Hofman (l'inventore dell'Lsd), il figlio e gli eredi spirituali di Heidegger. Storico collaboratore di Repubblica, nel 2003 era riapprodato alle pagine culturali del Giornale di Vicenza, dopo l'esperienza tra fine anni Ottanta e primi Novanta sulla nostra "Pagina della domenica". Aveva accettato con grande slancio di essere nuovamente presente su queste pagine: lo riteneva quasi un suo dovere di vicentino che non aveva mai voluto andare a vivere altrove e manteneva ben salde le radici qui. Viaggiatore instancabile, era un cittadino del mondo nel nome della filosfia, ma il suo centro era nella casa di famiglia in via Mameli.
Quando non doveva correre all'Università a Padova, quando non doveva scrivere o studiare, e non c'era un aereo da prendere al volo, se aveva un'ora inforcava la bicicletta. Lo ha fatto il giorno di Pasqua, e in tarda mattinata lo abbiamo incrociato a San Lazzaro, felice alla fine di un bel giro.
La mattina dopo è ripartito per un'altra pedalata. Il destino, il caso o l'assurdo lo aspettavano a un incrocio sui Berici in fiore.