La morte di Mario Riva prima tragedia della tv
ANNIVERSARIO. Caduta all'anfiteatro e agonia: 50 anni fa finì l'infanzia della televisioneL'artista romano era popolarissimo per «Il Musichiere», primo quiz del sabato. Il suo dramma all'Arena di Verona velò di nero il video
Cinquant'anni fa moriva, per una caduta sul palcoscenico dell'Arena a Verona, Mario Riva, conduttore del «Musichiere», la più popolare trasmissione televisiva di quegli anni. Si spense in un letto dell'ospedale di Borgo Trento di Verona dopo dieci giorni di agonia. L'Italia pianse la scomparsa dell'amico del sabato sera, di colui che con bonomìa tutta romanesca intratteneva pubblico, concorrenti e divi distribuendo denaro in cambio di canzonette. Una bonomìa, la sua, di cui oggi s'è perso lo stampo, fatta com'era di ammiccamenti semplici mai volgari, di strizzatine d'occhio, di domestici «ahò», di cantatine tirate via senza pretese, di battute buone anche per le suore orsoline.
In quegli anni Mario Riva fu certamente un protagonista. Ora, invece, il suo ricordo vale, al di là del naturale rimpianto, perché rappresenta una, tra le tante, testimonianza emblematica di un'Italia lontana, verso cui si continua a guardare per tentare di cogliere il senso del cammino percorso lungo mezzo secolo.
Mario Riva era figlio del suo tempo. Gli era toccato di vivere, siappure tra la polvere dei palcoscenici e sotto la luce dei riflettori, quanto la sua generazione ebbe a spartire di sogni, di illusioni, di bisogni, di angosce.
Era approdato al «Musichiere», primo quiz musicale, nel dicembre del 1957. Il programma doveva segnare, tra le varie cose, l'istituzionalizzazione televisiva del sabato sera. Al timone c'era una coppia di giornalisti che, alla macchina per scrivere e al bancone tipografico, avevano preferito il teatro: Garinei e Giovannini. Accanto al presentatore si sarebbero succedute nelle 90 puntate fino alla primavera del 1960 le vallette: ragazze che avrebbero conosciuto popolarità e successo. Ricordiamole: Lorella De Luca e Alessandra Panaro passate al cinema con Poveri ma belli, Carla Gravina protagonista di cinema e di teatro, Patrizia Della Rovere e Marilù Tolo, pure loro nel cinema, Brunella Tocci, giornalista televisiva.
Mario Riva, comunque, non era uno sconosciuto. Alle spalle aveva già un pesante bagaglio di esperienze teatrali e cinematografiche. Con Riccardo Billi, attore di forte carattere, aveva costituito una formidabile coppia comica che aveva attraverso il varietà, la rivista, la commedia musicale e il cinema. Entrambi avevano esordito negli spettacoli per i soldati. Poi, nei primi anni Quaranta, Riva era entrato all'Eiar, la radio, per la trasmissione «Il terziglio» i cui testi erano di Federico Fellini, Marcello Marchesi, Dino Falconi e Edoardo Anton. Con lui recitavano Giulietta Masina e Nunzio Filogamo. Nel dopoguerra aveva giocato un po' su tutti i tavoli. Nella rivista aveva lavorato con Wanda Osiris, Gino Bramieri, Walter Chiari, Carlo Campanini, Totò, Peppino De Filippo. Nel cinema era stato a fianco di Totò, Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Walter Chiari, Aldo Fabrizi. Insomma, quando Garinei e Giovannini affidarono a Mario Riva la conduzione del «Musichiere», Riva era padrone della scena, aveva affinato i propri tempi, possedeva una straordinaria capacità espressiva.
CLAMORE Allora la televisione era unicamente Rai, trasmetteva in bianco e nero e aveva solo un canale. Quando la sera del 7 dicembre del 1957 partì la prima puntata del «Musichiere» l'Italia tutta si ritrovò schierata davanti ai teleschermi. E fu un successo clamoroso. Il gioco di indovinare da poche note il titolo della canzone, la corsetta che i due concorrenti dovevano sostenere per guadagnare la possibilità di rispondere per primi, la campanella da suonare per aggiudicarsi il primato e infine il titolo da dichiarare: tutto questo costituiva nel suo insieme un rituale semplice, forse banale, ma tale da galvanizzare il pubblico al punto di provocare autentiche tifoserie. Poi c'erano gli ospiti che, intrattenuti da Riva, davano un tocco di simpatia e di curiosità alla trasmissione. Da Bartali e Coppi a Gary Cooper, da Rita Hayworth ad Alida Valli, da Claudio Villa a Maurice Chevalier: la giostra dei divi nazionali e internazionali non si arrestava. E, a conclusione di ogni puntata, Mario Riva intonava la canzone di Garinei, Giovannini e Gorni Kramer: «Domenica è sempre domenica, si sveglia la città
»: un inno alla speranza e alla serenità.
Gli ascolti. Oggi sarebbe la prima domanda. Bene, gli ascolti erano altissimi. La media si aggirava sui 20 milioni di ascoltatori. I cinema, al sabato, sospendevano le proiezioni dei film e nelle sale venivano accesi i televisori per consentire agli spettatori di seguire «Il Musichiere».
Poi capitò quella maledetta sera. Era il 21 agosto del 1960. Mario Riva doveva entrare sul palcoscenico dell'Arena portando una finta torcia. Era l'anno delle Olimpiadi di Roma e la scena prevedeva uno scherzoso richiamo al grande evento. Mario Riva non vide la botola che gli stava davanti e vi finì dentro. Una caduta di cinque metri.
Dieci furono i giorni dell'agonia. L'Italia seguì quei giorni con straordinaria commozione. Giornali, radio, televisione davano giorno dopo giorno, ora dopo ora notizie da Verona. Poi l'ultima notizia. Quella definitiva.
JEANS Finì così Mario Riva e con lui «Il Musichiere». Intanto, però, si stava concludendo anche il tempo di una certa Italia, quella che Riva aveva saputo interpretare così bene davanti alle telecamere. Si affacciava un tempo nuovo. Dall'America erano arrivati i juke box, stavano prevalendo gli urlatori, i jeans erano di moda. Alla Bussola Sergio Bernardini portava Ray Charles e i Platters. Chet Baker arrivava con la sua tromba e con il resto. Era un nuovo modo di vivere e di trasgredire. E di lì a poco Gino Paoli avrebbe cantato Sapore di sale. L'Italia, quella del «Musichiere» e di Mario Riva, era finita.
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