Il drammatico destino di Josephine

FESTIVAL DI LOCARNO. Apertura con «Au fond des bois» del francese Jacquot, opera coraggiosa su un tema tabù
Isild Le Besco rivela tutta la sua sapienza d'attrice, Buona anche la prova dell'argentino Biscayart
05/08/2010
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Una scena del film «Au fond des bois» di Benoit Jacquot

Olivier Père si presenta nel nuovo ruolo di direttore artistico del Festival di Locarno proprio con il primo film proiettato in Piazza Grande, Au fond des bois, diciannovesimo titolo dell'autore francese Benoit Jacquot. È un melodramma in costume, ambientato tra le montagne dell'Ardeche, sul tema, molto ottocentesco dell'isteria femminile e della stregoneria contadina: la vicenda si svolge infatti nel 1865.
Il film è coraggioso nell'affrontare il tema e nel coniugarlo con la parola amore, anche se infettata di follia. A portare il peso dell'opera sulle sue spalle potenti è Isild Le Besco, chiamata che Jacquot chiama per la quarta volta a lavorare con sé. Il debutto era avvenuto con De Sade, quando lei aveva soltanto sedici anni. Qui mostra tutta la sua sapienza d'attrice, colorando con varie tinte il destino della giovane e bella Josephine, "costretta" a vivere un'avventura di violenta maturazione umana e sessuale, sotto l'ipnosi e la crudele e attraente vivacità di un giovane vagabondo.
Questi, ben interpretato dal giovane e più che promettente attore argentino Nahuel Perez Biscayart, ha gli occhi spiritati, ma, ancor di più, ha le unghie lerce e i denti marci. Fatto questo, come ha spiegato il regista, che ha allontanato dal ruolo i giovani attori francesi, impauriti di perdere l'allure da riviste patinate che spesso è il loro status. Riccardo Scamarcio era interessato alla parte che non ha potuto ottenere soltanto perché, nel frattempo, era impegnato su un altro set.
Alla fine, siamo convinti che il film abbia guadagnato con la presenza di Perez Biscayart, anche per lo strano linguaggio con cui gli viene chiesto di esprimersi: un misto di vecchio francese, italiano e spagnolo, che ben rende l'ambiguità del personaggio. Lungamente ambientato in esterni affascinanti, il film si chiude con un processo che porta lo spettatore a ripensare all'oggi, al ruolo della donna nella società, al suo essere sessualmente ancora colpevole di essere donna, alla sua capacità di amare al di là degli stereotipi cui il maschio la condanna.
In questo processo proprio il mondo maschile della società mostra bene tutta la sua inettitudine, mentre assume dimensioni angeliche proprio il maschio violento e violentatore, l'unico che non veste di menzogna, l'unico che, dopo averlo offeso, salva l'onore della giovane donna. Ben condotto, il film ha il pregio della bella fotografia di Julien Hirsch e, soprattutto, la splendida colonna sonora firmata da Bruno Coulais.

Ugo Brusaporco