Io, "C." De André, il ragazzo che canta il padre senza imitarlo
IL CONCERTO. Pieno successo al Palalido di Valdagno per Cristiano, stella in uno spettacolo di dosati sentimenti"De André canta De André" riesce nell'impresa di non indurre a confronti viaggiando lungo la strada autonoma della maturità
Floriana Donati
VALDAGNO
Non ha senso fare confronti. Anche se De André figlio, Cristiano s'intende, provoca - nel suo spettacolo di successo in tour per l'Italia "De André canta De André" visto al Palalido di Valdagno- un parallelo inevitabile, soprattutto alle orecchie musicali della generazione degli ultracinquantenni, cullati dal suono intriso di rabbia romantica del padre Fabrizio.
Ma oggi che C. («così mi chiamava mio padre, anche in questo era concettuale» racconta nei frequenti autentici intermezzi amarcord) ha deciso di "tradurre" il padre, a dieci anni dalla sua scomparsa, portandolo verso il suo gusto musicale, questa sua sofferta maturazione ha lasciato sul terreno una prima vittima, forse necessaria: il suono della parola. Quella pacata ma intensa musicalità del verso uscita dalle corde musicali della voce di De André padre assecondata dalla chitarra, e non viceversa, e nutrita di echi popolari e aulici al tempo stesso, sembra ora voler urlare quella sua intima emozione.
De André figlio, proprio perché in ascolto del tempo presente, ne raccoglie il testimone nella voglia di non disperderne il nucleo significante.
Lo fa sovrastando quella parola con un arrangiamento musicale, peraltro di ottima qualità, che arriva ad esplodere con toni da rock duro, con sfumature country da giga irlandese, tanto da attrarre fin sotto il palco l'onda dei più giovani, tra il pubblico di 1400 persone di ogni età che ritma il tempo.
Cartina di tornasole la sua interpretazione di un marchio di fabbrica come la celebre "Canzone di Marinella": quel languido dolore vibra ora di una esplicita concitazione.
Eppure C. non ha il fisique du role del "rockettaro" neppure quando passa con bravura da uno strumento all'altro - chitarra, bouzouki, violino, pianoforte e tastiere - con quel suo portamento dinoccolato e lo sguardo di sottecchi. Tradisce la sua vena intimista, quella che sa felicemente catturare il pubblico quando si concede ai ricordi familiari: figlio e padre ritrovati con fatica nella forza dei valori.
Lui e l'unica canzone scritta insieme "Cose che dimentico", lui che ragazzino nascosto tra il pubblico in un concerto a Como lo fischiò per sentirsi autonomo.
Compagni difficili di un'avventura raccontata ora in questo viaggio musicale, una specie di concerto-catarsi, dedicato anche alla madre Enrica da pochi anni scomparsa: «Li ricordo ancora abbracciati nella notte quando lui le fece sentire per la prima volta "Verranno a chiederti del nostro amore"».
Cinque minuti di applausi, a fine concerto, del pubblico che non ha affatto intenzione di andarsene e al grido di "fuori fuori" impone il bis plurimo: il palco si riaccende con la musica a tutto volume sulle note di "Bocca di rosa" e "Il pescatore" : De André figlio rivendica «la voglia di rendere mio» quell'affresco di denuncia sociale .
La band va alle stelle: Luciano Luisi piano, tastiere e arrangiamenti, Osvaldo Di Dino chitarra acustica, Davide Devito batteria, Davide Pezzin basso e contrabbasso. De André padre, al ritmo di dance-music, è consegnato al tempo di oggi.
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