Copyright conteso per i tre secoli del diritto d'autore
STORIA. La tutela per le opere dell'ingegnoAnna d'Inghilterra legiferò nel 1710 ma il Senato veneto già ci pensava
Compleanno da trecento candeline, oggi, per il diritto d'autore: il copyright diventò legge per la prima volta in Inghilterra, nel 1710, con un editto della regina Anna operativo dal 10 di aprile di quell'anno. Lo ricorda Giorgio Assumma, presidente della Siae, la società italiana degli autori e degli editori, che nel nostro Paese vigila sul copyright. Assumma però contesta il primato inglese e rivendica: «Le radici della tutela sono in Italia, con una decisione presa dal Senato di Venezia nel 1603».
Strutturato nel 1709, spiega il presidente Siae, che insegna diritto d'autore all'università Iulm di Milano, l'editto inglese «attribuiva agli autori e ai loro aventi causa il diritto esclusivo di stampare e di ristampare le proprie opere per una durata di 14 anni con la possibilità di un rinnovo di altri 14 anni». La regina istituì anche un pubblico registro nel quale gli autori dovevano indicare i titoli delle opere per le quali chiedevano la protezione. Qualche decennio dopo, nel 1790, gli Stati Uniti d'America, dopo la guerra di indipendenza, adottarono una disciplina del tutto analoga a quella inglese.
RADICI Se alla regina Anna d'Inghilterra va quindi indubbiamente il merito di aver messo a punto una normativa organica a protezione degli autori, le prime radici del diritto d'autore vanno individuate in Italia, in particolare a Venezia, dove il 21 maggio 1603 il Senato «stabilì», spiega Assumma, «che agli stampatori delle opere intellettuali, in quanto regolarmente associati alla propria corporazione, fosse accordato il privilegio di essere gli unici, per la durata di dieci anni, a poter riprodurre le opere da loro stampate. Di questi privilegi», sottolinea il presidente Siae, «beneficiarono indirettamente anche gli autori delle opere, perché in quel modo veniva impedito a terzi non autorizzati l'uso delle loro creazioni».
Ancora prima, sempre in Italia, è Alessandro VI, papa Borgia, a emettere, con la bolla Inter multiplices, un imprimatur («quindi non ancora una vera tutela», sottolinea Assumma) rivolto agli arcivescovi di Colonia, Magonza, Treviri e Magdburgo. Il primo privilegio per uno stampatore è andato a un certo Pietro Giustino, sempre italiano, questa volta di Tolentino, per la stampa del Convivium di Francesco Fidelfo. Il primo privilegio andato invece a un autore è del 1486 per il veneziano Marcantonio Sabellico per l'opera Historiae rerum venetarum.
Prima c'erano solo le minacce a difendere gli autori dal plagio. Come la maledizione che uno stampatore tedesco del XIII secolo, pensò bene di infilare in un volume intitolato Specchio sassone: «Sia maledetto chi usa questo libro in modo illecito e che la lebbra affligga chi ne modifica il contenuto. Satana lo seguirè all'inferno per passare l'eternità in sua compagnia».
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