Quando la parola lascia il posto all'emozione pura
TEATRO /1. A Schio il magnifico allestimento di Alessandro Serra"Trattato dei manichini": dal libro di Schulz uno spettacolo costruito sulle capacità demiurgiche di una bambina che riesce a ridare vita al mondo adulto
Gianmaria Pitton
SCHIO
Si avverte l'intrinseca limitatezza della parola quando ci si trova a dover scrivere di uno spettacolo, come il "Trattato dei manichini", che partendo da un testo letterario è stato costruito per sottrazione, eliminando alla fine (quasi) tutte le parole da parte di un regista, Alessandro Serra, convinto - semplificando - che il teatro non debba raccontare storie, ma trasmettere emozioni, e che nel teatro moderno ci siano troppe parole, con il risultato che "gli attori non sono più capaci di ascoltare il pubblico e ascoltarsi tra loro".
Dovendo giocoforza usare le parole per parlare del "Trattato", in scena venerdì all'Astra per "Di scena a Schio", si sconta la difficoltà, forse l' impossibilità di descrivere compiutamente i movimenti, le luci, le musiche che si sono susseguiti sulla scena e che, sempre per ammissione di Serra, sono dati allo spettatore perché condivida, a suo modo, il viaggio della compagnia Teatropersona.
La partenza è il "Trattato dei manichini" di Bruno Schulz, autore polacco straordinario, ucciso nel 1942 perché ebreo. I suoi racconti, "Le botteghe color cannella" in particolare, compongono quella che è stata definita una "Bibbia dell'infanzia perduta": il discorso sarebbe lungo, basti aggiungere che vi è presente anche la teoria di una seconda Genesi, e basata sulle infinite possibilità della materia.
«Noi vogliamo creare una seconda volta l'uomo - dice il protagonista di Schulz - a immagine e somiglianza di un manichino». Maestri di creazione sono i bambini nei loro giochi: una scatola di cartone non "sembra" un castello, ma "è" un castello; il pavimento "è" il mare, e il divano su cui saltano "è" una nave.
La versione di Serra del "Trattato" si affida alle capacità demiurgiche di una bambina (un canovaccio di storia c'è, dopotutto) che arriva in un orfanotrofio e reagisce alla tristezza e all'angoscia del luogo nell'unico modo che conosce, giocando. Trova tre manichini, forse tre adulti talmente sclerotizzati nelle loro sterili funzioni da essere diventati dei manichini; li coinvolge in un nascondino, e mentre la bambina conta si apre una nuova dimensione, di gioco e sogno.
La purezza della piccola "sveglia" i manichini che riscoprono i movimenti liberi e non più meccanici, cioè le emozioni immediate dell'infanzia non ancora prigioniere di schemi e ipocrisie. Non è un risveglio indolore, né privo di pericoli. Neppure per la bambina, che immaginandosi per gioco adulta ha una premonizione dello squallore a cui dovrà abituarsi. La sofferenza è necessaria ai manichini per liberarsi dalle palandrane che li avvolgono e mettere a nudo l' anima, debole, indifesa. Sembrano soccombere, ma una nuova conta della bambina, che chiude il cerchio, li riporta in vita.
Il teatro di Serra è ricerca sulle capacità espressive della forma, sull'attore-talismano che non rappresenta qualcosa, ma è ciò che esprime. Lo spettacolo esprime, trasmette, vibra, tocca corde profonde anche se non racconta nulla. Ne sono prova i lunghi applausi finali e il discreto numero di spettatori che resta dopo il sipario, a parlare con il regista e le bravissime performer. Valentina Salerno, Chiara Cascinai, Alessandra Cristiani danno prova di padronanza tecnica eccellente, di totale partecipazione al progetto; insieme alla spregiudicatezza di Serra, regista iconoclasta delle convenzioni teatrali, danno luogo a esiti più che ragguardevoli.
Quando tre manichini, fermi in scena, spalle al pubblico, riescono a emozionare, vuol dire che forse si è raggiunto un vertice.
La star è però la piccola Silvia Malandra, nove anni, che gioca con i manichini con tutto l'impegno e l'estrema serietà di cui sono capaci i bambini che giocano.
Alla fine rivela che per vincere la paura immagina che il pubblico sia un bosco, le teste le chiome degli alberi, i corpi i tronchi. E il pubblico, ne siamo certi, "è" il bosco.
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