KUROSAWA

RICORRENZE. Tra pochi giorni si celebra il centenario della sua nascita
DEL CINEMA IMPERATORE
11/03/2010
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Il regista giapponese Akira Kurosawa era nato aTokyo il 23 marzo 1910 ed è morto il 6 settembre 1998, dopo aver realizzato alcuni dei capolavori assoluti della storia del cinema, da Rashomon a I sette samurai

Akira Kurosawa, di cui il 23 marzo ricorre il centesimo anniversario della nascita, è senza alcun dubbio il regista giapponese più conosciuto in Occidente. E anche in Italia. La conferma viene data dalla disponibilità sul mercato nazionale di quasi tutti i suoi circa 30 film in dvd, addirittura con cofanetti dedicati alle varie fasi della sua lunga attività registica, iniziata nel pieno della seconda guerra mondiale e terminata solo nel 1993, cinque anni prima della morte avvenuta il 6 settembre 1998[FIRMA].
Val la pena di interrogarsi sui motivi del suo costante e duraturo successo sul fronte occidentale, ben superiore a quello di altri registi a lui coevi, o che gli sono stati addirittura maestri, quali Yasujiro Ozu, Kenji Mizoguchi, Mikio Naruse, Kon Ichikawa, come di altri più giovani che pure ebbero un breve momento di gloria mondiale, tipo Nagisha Oshima, Shohei Imamura o, più recentemente, Takeshi Kitano.
L'«imperatore» del cinema giapponese, come era stato battezzato per la sua intransigenza sul set, frutto probabilmente della severissima educazione ricevuta, quasi di stampo militare, era nato a Tokyo il 23 marzo 1910. Ultimo di sette figli di una famiglia di commercianti, che aveva però lontani antenati samurai, ebbe la fortuna di avere un padre e un fratello maggiore appassionati di cinema. E fu per questo che tra i 10 e 18 anni ebbe modo di vedere tutti grandi film muti americani ed europei. Qui sta forse una prima chiave interpretativa della questione posta all'inizio, perché il linguaggio cinematografico che forma il gusto di Kurosawa è quello che si è andato sviluppando in Occidente, da Hollywood agli espressionisti tedeschi, dai surrealisti francesi ai rivoluzionari sovietici.
L'altro grande pilastro della sua formazione visiva fu la pittura, coltivata con passione, spaziando fra tradizione nipponica e grandi dell'impressionismo e delle avanguardie novecentesche. La terza radice fu la letteratura, con una grande passione per Dostoevskij. Insomma l'educazione culturale del futuro regista spaziò a tutto campo, senza barriere o condizionamenti nazionali.
Al cinema arrivò nel 1936 rispondendo a un annuncio su un giornale. E fu proprio la sua vasta ed eterogenea cultura a convincere Kajiro Yamamoto a sceglierlo come sceneggiatore e assistente. Nel 1941, a 31 anni, Kurosawa si sentiva pronto per il passaggio dietro la macchina da presa. Le sue sceneggiature piacevano molto, ma nessuno sembrava volergli dar credito come regista. Inoltre le maglie della censura erano molto strette. Gli venne così bocciata, quando era ormai già in pre-produzione, la prima regia, tratta da una sua sceneggiatura: Daruma-dera no doitsujin, ossia Un tedesco al tempio di Daruma, storia dell'architetto Bruno Taut, uno dei maestri della Bauhaus, che nel 1933 aveva lasciato la Germania per ritirarsi a vivere, affascinato dalle delle architetture giapponesi, in un tempio in mezzo alla campagna nel Paese del Sol Levante. Una vicenda, tra Oriente e Occidente, speculare a quella di Kurosawa.
Comunque, nonostante le difficoltà, nel 1943 egli riuscì finalmente a iniziare la tanto agognata carriera registica. Con un film che più tradizionale poteva essere, la biografia di Sugata Sanshiro, l'inventore del judo, che ebbe un discreto successo e anche un seguito un paio d'anni dopo.
Ma la vera carriera dell'«imperatore» iniziò dopo la guerra. Passata indenne la buriana delle epurazioni, scosse immediatamente il cinema giapponese con novità che potremmo definire neorealiste. Anche se non conosceva le scelte stilistiche che andava imponendo il cinema italiano, la possibilità delle riprese in esterni lo conquistò, «ci sembrava di volare nell'aria liberi come uccelli», scrisse. In questo clima nacque nel 1948 il suo primo capolavoro, L'angelo ubriaco, che si rifaceva, guarda caso, a un genere occidentale. È una storia di yakuza, la mafia giapponese, raccontata come un noir americano. Luci, ombre e bassifondi, ma soprattutto due protagonisti-antagonisti entrambi loser, perdenti di fronte a un destino ineluttabile. Il film però uscì dai confini nipponici solo dieci anni dopo, a successo internazionale ormai conquistato. E in Italia arrivò addirittura nel 1984!
Ma è all'Italia che fu legata la scoperta internazionale di un fino allora misconosciuto genio del cinema. A oltre un anno dalla sua uscita in Giappone, nel settembre 1951 fu presentato a Venezia Rashomon, labirintico film su verità e menzogna. Il Leone d'oro conquistato in Laguna lo fece conoscere al mondo. A dicembre uscì in Usa, poi a raffica in tutta Europa. C'era dentro la lezione di Quarto potere di Welles, ma riletto in chiave giapponese. E pensare che nel suo Paese non aveva entusiasmato!
Da questo momento Kurosawa non sbagliò più un film. Osannato in patria, celebrato in ogni angolo del pianeta. Ma il suo collocarsi al limite tra Oriente e Occidente rimase un punto fermo. I sette samurai vennnero copiati da Hollywood e divennero I magnifici sette (e tra un po', forse, I magnifici undici di Irwin Welsh). La sfida del samurai, versione nipponica del romanzo Piombo e sangue di Dashiell Hammett, fu vista da Sergio Leone che la copiò pari pari trasferendola nel Far West con Per un pugno di dollari, salvo tornare più tardi nella terra natia con Walter Hill, che rimescolò tutti i precedenti letterari e filmici in Ancora vivo. E Anatomia di un rapimento ambientava in Giappone un romanzo di Ed McBain.
Ecco, forse in questo suo muoversi con naturalezza e agevolmente tra le radici profonde della propria cultura orientale e le suggestioni dell'altra metà del mondo sta il segreto di un successo che dura tuttora e che vede il centenario di Kurosawa celebrato ovunque. La carriera di Akira Kurosawa è costellata di riconoscimenti.
L'inizio fu il Leone d'oro nel 1951 per Rashomon alla Mostra del cinema di Venezia, dove nel 1954 I sette samurai ebbe solo quello d'argento. Tornò altre quattro volte in concorso, senza più vincere nulla. Fu risarcito nel 1982 con il Leone d'oro alla carriera.
A Cannes vinse la Palma d'oro nel 1980 con Kagemusha, ex-aequo con All That Jazz di Bob Fosse.
A Berlino, invece, conquistò l'Orso d'oro nel 1959 con La fortezza nascosta.
Tre furono invece gli Oscar. Nel 1952 Rashomon fu premiato come miglior film straniero. Riconoscimento che fu replicato nel 1976 per Dersu Uzala - Il piccolo uomo delle grandi pianure. Il terzo arrivò nel 1990 e fu alla carriera, con la motivazione: «per i suoi lavori cinematografici che hanno ispirato, deliziato, arricchito e intrattenuto il pubblico mondiale e influenzato i registi di tutto il mondo».G.B.
Giancarlo Beltrame

Giancarlo Beltrame