Pat Metheny, l'uomo-orchestra promette di fare tutto da solo

MUSICA. Il compositore ha presentato a Milano il suo nuovo album e l'imminente tour italiano. Lo abbiamo incontrato
26/01/2010
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Pat Metheny debuttò in Italia nel 1987 a Peschiera del Garda

«Risponderò di sì a ogni domanda: il mio nuovo progetto, Orchestrion, ha infinite possibilità. Posso far suonare qualsiasi strumento, come voglio e quanto voglio; attraverso un programma del computer, le tastiere oppure la mia chitarra. Non ha limiti».
Pat Metheny è raggiante e non vede l'ora di portare in tour il suo nuovo «giocattolo»: un'orchestra di pianoforti, marimbe, tastiere, bassi, percussioni, batterie, bottiglie musicali e decine di altri strumenti, costruiti su sua indicazione, governati da complessi meccanismi e da un software centrale. La prima opera realizzata con questa gigantesca macchina musicale (oltre 60 strumenti) è un cd, intitolato Orchestrion e pubblicato venerdì prossimo dalla Warner.
La tournée italiana di Orchestrion - con il chitarrista americano da solo sul palco a dirigere e suonare ogni strumento in simultanea - inizierà il 24 febbraio dal palasport di Bolzano e proseguirà poi a marzo con date a Milano (15), Firenze (16), Roma (17), Napoli (18), Bari (19), Palermo (21) e Catania (22).
«Tutto è iniziato dalla mia fascinazione per i pianoforti automatici. Mio nonno, a Manitowoc, nel Wisconsin, ne aveva uno nel seminterrato e da bambino, d'estate, lo facevo suonare, pigiando i pedali e caricando i rulli, insieme ai miei cugini. L'idea di uno strumento del genere - che suonasse ogni genere in maniera meccanica - mi sconvolgeva. Da allora m'è rimasta questa fissa. Purtroppo le orchestre costruite in questa maniera non riproducevano le dinamiche della musica. E nessuno riesce ad ascoltare musica senza dinamiche per più di cinque minuti: poi ti viene voglia di suicidarti. Così ho dovuto aspettare che la tecnologia mi venisse in aiuto: gli impulsi elettromagnetici ora possono controllare anche le dinamiche, restituendo così un suono naturale agli strumenti meccanici. In realtà non so bene spiegare come funziona il mio Orchestrion; anche mia moglie, la prima a cui ho parlato di questo progetto, pensava fossi impazzito. Sì, sarà anche un'idea stramba, eppure funziona. In molti, ascoltando il disco, mi hanno detto: Hey, Pat, ma suona in maniera naturale! Beh, non è che il suono esca dalle casse, come quelle del computer o di un campionatore».
Comunque sia, difficile trovare un paragone per un'operazione del genere. «Non sforzatevi: non esiste niente simile all'Orchestrion. Si potrebbe pensare a un disco anni '70 come Music of my mind di Stevie Wonder, dove lui suona tutto. Ma non è neanche così. In realtà io non suono manualmente gli strumenti, eppure i suoni provengono da bracci meccanici, controllati da me, che suonano per davvero. E non si può nemmeno approcciare questo disco chiedendosi come sarebbe stato se avessi suonato con il mio trio. Sarebbe come guardare un film di animazione come Toy story o Wall-e e dire: " io ci vedrei bene anche George Clooney…". Orchestrion è qualcosa di diverso, completamente differente da quello che ho fatto finora e lontano da quello che fanno gli altri musicisti. È un viaggio nell'ignoto, un passo in un territorio di cui non conosco ancora bene i confini. Certo, la musica dell'album è nel mio stile, e c'è chi ha detto che sembra un disco del Pat Metheny Trio… Ma come potrebbe essere altrimenti? In realtà è tutto diverso: il modo in cui l'ho composto, come l'hanno suonato le macchine, come si sono mescolate improvvisazione e composizione. E in tour sarà un'altra cosa ancora: porterò tutti gli strumenti della mia "orchestra", oltre a parti di ricambio. So che sarà un'impresa ma chi verrà ai concerti ascolterà ma soprattutto vedrà qualcosa che non ha mai visto prima».
John Lennon, un perfezionista, si era lamentato al tempo dei Beatles: Lucy in the sky with diamonds su disco non suonava bene come nella sua testa. «Oh, lo capisco! È successo anche a me. Ma ora con "Orchestrion" sono andato molto vicino al suono che sento nel mio cervello».

Giulio Brusati

Giulio Brusati