Quando follia e normalità sono un gioco di specchi

TEATRO ELEMENTO. Un'applaudita prima nazionale in scena sabato allo Spazio Bixio
La compagnia Teatro Asincrono ha offerto un'intensa prova ne "La cura" di Paolo Zaffaina, con la regia di Leonardo Fainello
30/11/2009
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Uno dei protagonisti de "La Cura" allo Spazio Bixio

Rosarita Crisafi
VICENZA
Chi sono i matti? Qual'è il sottile confine tra normalità e follia? Sembra non avere una risposta l'interrogativo attorno a cui ruota "La Cura", il nuovo spettacolo della compagnia veneziana TeatroAsincrono, in scena in prima nazionale l'altra sera allo Spazio Bixio di Vicenza nell'ambito della rassegna Teatro Elemento, realizzata con la direzione artistica di Theama Teatro. Si tratta di un dramma in due atti, scritto da Paolo Zaffaina e diretto da Leonardo Fainello, che mette in scena l'eterno conflitto non risolto tra il mondo dei matti e l'universo della normalità.
Uno psichiatra fallito ha l'ambizioso progetto di riscattare i propri insuccessi professionali attraverso una terapia innovativa che, nei suoi piani, dovrebbe soddisfare le sue ambizioni frustrate e conferirgli fama e gloria all'interno del mondo scientifico. Il medico decide di guarire i malati di mente ricoverati nella clinica da lui diretta attraverso una rappresentazione teatrale, una recita a soggetto in cui i pazienti sono costretti ad interpretare, come in uno specchio, la versione "normale" di se stessi.
Il teatro nel teatro, l'interpretazione dell'altra parte di se che ciascuno dei personaggi protagonisti della farsa condotta dal medico tiranno è forzato a mettere in scena, scatena un vortice di conflitti e sentimenti forti.
I malati non hanno la dignità di un nome, sono chiamati, per comodità, con un numero che corrisponde a quello della propria cartella clinica, sono definiti "gli errori di fabbricazione dell'industria sociale, le ciambelle senza buco del grande luna park che è il mondo", diventano il mero strumento del disegno del primario che non ha nessun interesse alla loro guarigione ma solo alla propria autorealizzazione sociale.
Se nella prima parte dell'opera sono i malati a subire la pressione e l'autorità dello psichiatra che impone loro quello che, nel senso comune, è considerato "comportamento socialmente accettabile", con le sue regole, la sua disciplina, la sua prevedibilità ed il suo conformismo, e manifestano il disagio di vite borderline e manie non risolte dettate da storie tragiche alle spalle, nella seconda parte saranno i malati stessi a condurre il gioco e a svelare, attraverso una serie di colpi di scena, le debolezze del medico, fino a giungere a un tragico epilogo.
Il ritmo della rappresentazione e la complessa costruzione psicologica dei personaggi costringono lo spettatore a valicare continuamente il confine tra follia e realtà, con un continuo spostamento di prospettiva e di punto di vista rispetto al concetto di normalità ma anche di verità.
Personaggio "cerniera" tra i due mondi è la figura dell'assistente dello psichiatra, essa stessa paziente della clinica, che rappresenta una sorta di grillo parlante della psiche del primario. E se all'inizio del dramma la donna richiama il medico al rispetto di puntualità ed autorità, valori che fanno parte del mondo "normale", al termine della messa in scena lei stessa svela il disegno perverso del primario-regista, mettendone a nudo la follia.
I calorosi applausi del pubblico dello Spazio Bixio gremito di pubblico hanno gratificato i bravi interpreti e reso il giusto omaggio al complesso lavoro di Zaffaina.