«Lelio Mercurio a S. Marco inventò la Slow Bike»

18/06/2012
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«Lelio Mercurio a S. Marco inventò la Slow Bike»

Gli ultraquarantenni di San Marco ricordano ancora i lunghi pomeriggi primaverili ed estivi trascorsi a cavallo della mitica “Graziella” o della “Cross bike” quando quasi nessuno restava al chiuso “catturato” dall'aria condizionata, dalla “Play Station” o da “You Tube”. E se dopo qualche ruzzolone le ginocchia o i gomiti si sistemavano in fretta con un cerotto e forse qualche lacrima, le bici invece, sottoposte a micidiali gare di abilità sull'erba dell'oratorio o a imprudenti voli dal marciapiede al selciato, necessitavamo spesso dell'intervento del meccanico che desse loro soccorso in fretta, perché non c'erano impegni lavorativi ma solo l'urgentissima necessità di raggiungere nuovamente i compagni di giochi. E allora, chi di questi ex ragazzi, primi fra tutti gli sportivissimi gemelli Mauro e Renato, non ricorda la mitica bottega di Lelio Mercurio, con il suo odore di olio, il soffio del compressore, il secchio di latta per immergere la camera d'aria e il lungo bancone stracolmo di attrezzi ordinatamente sistemati? Taciturno, con (ahimè) l'immancabile sigaretta alle labbra, spesso all'apparenza burbero, ma paziente e disponibile, Lelio ammoniva i ragazzi quando maltrattavano troppo i loro giocattoli a due ruote, rideva sornione se supplicavano il miracolo di una veloce conclusione della riparazione, ma fingeva sordità quando quella richiesta non era preceduta dal dovuto “per favore”. Lui non consegnava una bici nuova e non ne ritirava il controvalore in denaro, se prima non l'aveva collaudata, provata e oliata a puntino. Non si trovano oggi molti artigiani come lui, il cui lavoro potrebbe essere definito “Slow bike”. A San Marco oltre alle ragazze e ai ragazzi, sono passati per quella bottega signore e signori, professionisti e impiegati, casalinghe e operai, precursori per necessità o per convinzione del “popolo del terzo millennio che pedalando non inquina”. Tra quei professionisti c'era anche qualche medico che Lelio salutava col suo “Ciao dotore” (con una “t” sola). E poi c'erano gli amici, tantissimi, che passavano di là non per riparare o ritirare la bici, ma per fare due chiacchiere o per indurlo a mettere il fatidico cartello “torno subito” e concedersi un'ombra alla vicina osteria e lì, magari, giocare una partita a scopa. Lelio non aveva mai potuto permettersi di avere alle sue dipendenze un apprendista: non avendo figli maschi gli sarebbe piaciuto insegnare il lavoro ad un ragazzo; per fortuna, però, ebbe modo di tenere uno stage estivo nientedimeno che agli adorati nipoti Andrea e Marco, che puntualissimi si presentavano alle nove del mattino di ogni giorno lavorativo nella sua piccola officina, e che ora sanno cambiare autonomamente una camera d'aria o riparare un freno. Ora diciamo addio ad una delle più frequentate e caratteristiche “botteghe storiche” del quartiere San Marco con tanta nostalgia, ma soprattutto col rammarico che lui, Lelio, non possa leggere queste righe: purtroppo ci ha lasciato un mese fa. Gli amici di San Marco




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