«Costretta a usare il burqa Poi violentata»
INCHIESTA. La denuncia ai Cc di una donna bengalese di Arzignano«Mio fratello mi obbliga anche a portare mia figlia a scuola di Corano». La stupro sarebbe stato ad opera di un conoscente
Una vicenda drammatica, che rappresenta uno spaccato di come tanti immigrati continuino a vivere nel Vicentino, nonostante i tentativi di integrazione. Rispetto ad altre occasioni, però, la donna ha trovato la forza di ribellarsi e di sporgere denuncia. Una bengalese di 30 anni, residente regolarmente nella zona di Arzignano, si è recata infatti nei giorni scorsi dai carabinieri per denunciare suo fratello e un amico di quest'ultimo.
BURQA. La donna ha spiegato che da mesi il fratello, che ha qualche anno in meno di lei, si è fatto via via più pressante. Prima si lamentava del fatto che il suo comportamento, da quando si era trasferita in Italia, non fosse più conforme come prima al dettato musulmano più rigoroso. Lei si era sempre difesa di essere una donna osservante, e che in ogni caso erano cose delle quali semmai si doveva preoccupare il marito. Ma da qualche mese, come detto, suo fratello si era fatto via via più aggressivo e pretendeva che lei usasse il burqa per uscire di casa, e che non desse confidenza ad altri uomini. Per convincerla, avrebbe alzato le mani, l'avrebbe offesa e umiliata, l'avrebbe controllata di continuo, rendendole la vita impossibile. Insomma, maltrattandola. Oggetto del contendere era spesso proprio il burqa bengalese. Il fratello, per essere più convincente, l'avrebbe spesso minacciata con un coltello, pretendendo anche danaro.
SCUOLA DI CORANO. Non solo. Un altro degli argomenti di pressione era il fatto che, secondo il fratello, la giovane bengalese avrebbe dovuto accompagnare la figlia a scuola di Corano, per farle imparare fin da piccola le regole che ogni musulmano deve seguire. Avrebbe dovuto imparare i passi della scrittura, perchè la convivenza con i suoi coetanei italiani o di altre nazionalità l'avrebbe rovinata per sempre, perché avrebbe imparato a vivere all'occidentale. Anche la bambina sarebbe stata pressata dalle insistenze, non certo amichevoli, dello zio.
LA VIOLENZA. Il fatto più grave, però, sarebbe avvenuto alla fine dello scorso anno. La donna, che lavora in un negozio, avrebbe subito una violenza sessuale. «Sì, sono stata stuprata», ha ammesso quasi in lacrime ai carabinieri. Ad umiliarla in casa sarebbe stato l'amico di suo fratello, un connazionale di 20 anni molto legato al suo parente. Quando il marito non era in casa avrebbe abusato di lei, prendendola con la violenza e intimandole di stare zitta. Lei, dopo l'iniziale shock, aveva deciso di parlarne proprio con suo fratello: «Il tuo amico mi ha violentata». «È stata colpa tua. Se lo denunci ti uccido», le avrebbe risposto.
IL MARITO E LA DENUNCIA. A quel punto la donna, dopo qualche settimana, aveva deciso di confessare l'accaduto al marito, che sarebbe pure succube del cognato violento. Gli avrebbe detto tutto, anche dello stupro. Assieme, hanno trovato il coraggio di rivolgersi ad un legale e di sporgere denuncia in procura. L'indagine è stata affidata al pubblico ministero Barbara De Munari e ai carabinieri della procura, comandati dal luogotenente Lorenzo Barichello. Gli inquirenti procedono con i piedi di piombo, ipotizzando, oltre ai maltrattamenti e alla violenza sessuale, anche l'estorsione. In questi giorni stanno raccogliendo le testimonianze e non è escluso che la donna e suo marito vengano ascoltati in procura per poter chiarire nel dettaglio una serie di aspetti. Quello che è certo è che la famiglia vive nel terrore.
Diego Neri
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