«L'ho soccorsa che ancora respirava È una tragedia senza spiegazione»

02/09/2010
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Afazal, il cognato della bambina morta, è stato il primo a soccorrerla

«L'ho trovata con il fazzoletto al collo, immobile, vicino alla finestra del bagno. Quando l'ho soccorsa respirava ancora: ho tentato di rianimarla, di farle la respirazione bocca a bocca, ma è stato inutile. Ho chiamato l'ambulanza col mio cellulare, ma prima che arrivassero i medici lei era già morta».
Afazal ha 30 anni, è pachistano, ed è il marito di una delle cinque sorelle della bambina. È l'unico uomo che al momento vive in quell'appartamento, nel condominio al civico 2 di viale dello Stadio. È stato lui a fare l'orribile scoperta. Erano le 15.30 e fino a quel momento «era stata una giornata normalissima, come tutte le altre di questi giorni di Ramadan».
Il giovane parla un italiano stentato, ma un amico gli fa da interprete. Cammina nervosamente avanti e indietro nel cortile dell'abitazione, in braccio coccola il figlioletto di due anni. Amici e parenti suoi connazionali gli si avvicinano, cercano le parole per rincuorarlo.
«La bambina era andata in bagno e si era chiusa dentro a chiave - racconta Afazal, riannonando il filo dei ricordi di un pomeriggio convulso e tragico - All'inizio non ci abbiamo dato peso, ma poi sono passati i minuti e non la sentivamo più». Afazal si sentiva e si sente responsabile della vita famigliare in quell'appartamento, almeno da quando, circa tre mesi fa, i genitori delle ragazze sono tornati in Pakistan, dove stanno ristrutturando la loro casa. «Era ormai mezz'ora che si era chiusa in bagno quando ho iniziato a bussare e a chiamarla più volte: ma non rispondeva, e non c'erano rumori». Solo silenzio dietro quella porta chiusa a chiave dall'interno. «Ho temuto che le fosse capitato qualcosa - prosegue Afazal - ma non riuscivo ad aprire, perché c'era la chiave nella serratura, all'interno. Ho dovuto prendere un cacciavite, spingere la chiave e farla cadere, poi con un'altra ho aperto la porta e l'ho vista...».
La scena che mai avrebbe voluto trovarsi davanti. «Aveva il fazzoletto intorno al collo, era immobile». Prende fiato: «L'ho soccorsa, respirava ancora». Ha cercato di rianimarla con la respirazione artificiale. Niente da fare. «Ho chiamato l'ambulanza», dice mostrando il cellulare: due chiamate, la prima alle 15.43, la seconda cinque minuti dopo. «Ho portato la bambina al piano terra, ma a quel punto ha smesso di respirare». All'arrivo dei medici, era già senza vita.
«Non so spiegarmi cosa sia successo - sospira Afazal, con un filo di voce - H. stava bene, non aveva problemi». Ieri aveva trascorso «una giornata normale, come le altre di questo Ramadan: avevamo letto il Corano, poi lei ha giocato con gli altri bambini».
Resta il silenzio, il dolore e una domanda che pesa come un macigno: perchè? «Non so, non sappiamo - biascica Afazal - non c'era niente di strano o almeno così ci è sembrato».

Marco Scorzato