L'assassino seriale catturato a Vicenza vuole farsi francescano
IL FATTO. Gianfranco Stevanin, 50 anni, arrestato nel '94, ha iniziato in cella il percorso di fedeUccise cinque donne in cinque anni, fino alla cattura da parte della polizia. «Non sono pentito, ma voglio una strada nuova».
L'assassino seriale vuole farsi frate per espiare con la preghiera, in simbiosi con l'agire quotidiano nella fede, il terribile male che ha fatto. È davvero autentico? La Ferrari senza freni vuole un garage sicuro, al riparo delle intemperie del mondo, dove trascorrere la parte terminale della sua esistenza segnata dal crimine più efferato: il delitto sequenziale. Per cinque volte, hanno stabilito i giudici con sentenza passata in giudicato, Gianfranco Stevanin tra il 1989 e il 1994 uccise donne incontrate sulla strada per condividere un amore mercenario che spalancava la porta dell'inferno. Il sesso estremo, ecco il paragone con la Ferrari da parte di uno che lo conosceva bene, si traduceva per l'agricoltore veronese di Terrazzo, che venne arrestato dalla polizia al casello di Vicenza ovest, in una pulsione erotica ossessiva che lo induceva al culmine del piacere a strangolare la vittima. Una macchina della morte. Successe quando Stevanin, che oggi ha 50 anni, privo di qualsiasi freno inibitorio perché aveva subito in gioventù un grave trauma cranico che comportò crisi epilettiche, dopo un rapporto sessuale "piuttosto movimentato" con una giovane si rese conto che era morta. La raccontò così («mi resi conto che costei era morta») al pm Omboni di Verona quando confessò di essere un mostro, assistito dagli avvocati Daniele Accebbi, Cesare Dal Maso e Lino Roetta. E per cinque anni non smise più.
ERGASTOLO. La catena degli omicidi fu spezzata inconsapevolmente da una pattuglia delle volanti vicentine che una sera del novembre '94 bloccarono Stevanin dopo che una ragazza scese di corsa dalla sua auto urlando. Quella giovane austriaca aveva rischiato di fare la stessa fine delle altre. La sorte fu benevola con lei. Dopo averne patite di tutti i colori per alcune ore nella villa immersa nella campagna, con la scusa di volergli dare tutti i soldi che aveva nel suo appartamento a Vicenza, lo convinse a trasportarla fino a casa. Non ebbero la stessa prontezza di spirito le altre ragazze che furono fatte a pezzi e sotterrate. Ma prima di scoprire i loro corpi passarono un paio d'anni che l'uomo trascorse in carcere a Vicenza per sequestro di persona e violenza sessuale. Dopo cinque processi la Cassazione ha stabilito che il killer seriale era capace di intendere e di volere ed è stato condannato all'ergastolo che sta scontando nel carcere milanese di Opera.
Ma il "fine pena mai" in realtà per le nostre leggi è una serratura che solo in teoria sta chiusa per sempre, perché di solito viene aperta dopo 27-28 anni di reclusione. Oltre tutto Stevanin ha beneficiato di tre anni di indulto e considerando che è stato finora un detenuto modello, tra pochi anni potrebbe tornare in libertà. Ci pensate, uno così?
FEDE E PENTIMENTO. Subito dopo l'arresto Stevanin abbracciò un percorso di fede. I suoi genitori erano devoti e la madre, morta sette mesi fa, era una fedele del Terzo ordine di San Francesco al quale ha lasciato la sua eredità. Anche per questo il veronese vorrebbe farsi frate laico. A Cristiana Lodi, cronista di Libero, l'ergastolano ha fatto sapere di «non essere pentito, ma sento il bisogno di seguire una strada nuova». Questo ragionamento non deve trarre in inganno, perché è in linea con la tesi della difesa che ha sempre sostenuto che Stevavin non si rendeva conto di ammazzare perché aveva una patologia che lo spingeva al sadismo di cui non era consapevole. Il frate che segue la sua conversione per valutarla, osserva che «l'errore più grande sarebbe quello di negare l'efferatezza dei crimini commessi. Il passato non si cancella, come insegna San Francesco che non lo ammetterebbe, ma noi sappiamo che Cristo può cambiare e tramutare la personalità di un uomo. Certo dobbiamo essere guardinghi e verificare la sua sincerità».
CONVERSIONE. Stevanin, dunque, vuole redimersi per il terribile male che ha fatto, ma la Chiesa è molto cauta con questo tipo di conversioni. Lo pensava da tempo, ancora quando era in cella a Sulmona, dove salvò un detenuto che voleva farla finita. A nessuno sfugge che può essere un calcolo la sua voglia di conversione. Soltanto il tempo potrà dire se il serial killer ha abbandonato definitivamente la strada che gli ha rovinato la vita, ma che soprattutto l'ha sradicata ad altre sei persone, ed è pronto una volta che avrà lasciato la prigione a entrare in convento come frate laico per espiare con la parola del Signore una vita segnata dal terrore. Dopo la prima sentenza di assoluzione perché incapace di intendere e di volere, i suoi avvocati spiegarono che in realtà Stevanin avrebbe con ogni probabilità trascorso il resto dei suoi giorni in manicomio perché nessun psichiatra, con quella patologia, l'avrebbe dichiarato guarito e pertanto pronto a rientrare nella normale quotidianità. Con la condanna all'ergastolo, invece, Stevanin nel 2014 potrebbe lasciare la prigione. Sono le stranezze, peraltro inappuntabili sotto il profilo logico-legale, del nostro sistema giudiziario. «Non sono un opportunista, la mia fede è autentica», sostiene il killer. In odore di conversione.
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