L’identità consapevole
cats/09
È curioso osservare l’evoluzione di espressioni “storiche” di malcostume. Di recente è tornata alla ribalta delle cronache una frase resa celebre soprattutto dalla geniale comicità di Totò: “lei non sa chi sono io”. Viene da sorridere e sembra impossibile, ma periodicamente torna di moda. Prima erano i potenti, quelli veri o più frequentemente presunti, a sfoggiarla per intimidirlo col malcapitato subalterno di turno. Ora ad abusarne con urla, pianti isterici e minacce da gradassi, sono i nuovi V.I.P., confezionati e ricatapultati nella vita di tutti i giorni da reality e da troni vari in TV, seguiti a ruota da campioni del pallone e soubrette. In genere personaggi (quasi sempre) rigorosamente televisivi. Il piccolo schermo produce grandi mostri verrebbe subito da dire, se non fosse che, nel caso specifico, una tale dimostrazione di arroganza sfacciata e di sciocca presunzione, in altri termini di stupidità, nasconde ben altra verità. Dietro un atteggiamento prevaricatore di questo tipo, annidano infatti altri problemi, dei quali quasi mai è esente chi manifesta una concezione tanto spropositata e ingigantita di se stesso. Ecco, allora, la domanda che sorge spontanea è proprio questa: ma questi individui, sanno “esattamente” chi sono? Si sono mai guardati allo specchio per scoprire il vero colore della propria anima? C’è seriamente da dubitarne; viviamo in un contesto nel quale la crisi di identità è all’ordine del giorno e nel quale le certezze sono davvero poche, per non dire quasi nulle. La sfrontatezza che si nasconde dietro il “lei non sa chi sono io”, è deprimente e denuncia sicuramente gran poca consistenza di personalità. Del resto gli imbecilli sanno tutto, i sapienti invece sanno di non sapere, dicevano gli antichi. Voler a tutti i costi “contare” ed “essere qualcuno” usando tali odiose maniere, denuncia non soltanto maleducazione di base, ma una scarsissima considerazione di se stessi. Pascal lo sosteneva sempre: volete che gli altri parlino bene di voi? Voi non parlatene. Ma Pascal era un filosofo amante del pensiero profondo, la nostra invece è una società che adora l’apparenza ed è sempre alla spasmodica ricerca di visibilità. Però la domanda può avere una valenza tutt’altro che retorica se posta nella giusta maniera: sappiamo chi siamo? Ce lo siamo mai chiesti seriamente? Forse una piccola riflessione sull’argomento non sarebbe del tutto sprecata. Quante volte arriviamo in fondo alla giornata senza essere riusciti a dare un senso pieno al tempo che abbiamo appena vissuto? Bell’interrogativo. Consola però, sapere che ci sono esempi virtuosi di persone che non necessitano di titoli più o meno accademici, declamati ad ogni piede sospinto, per essere stimate e considerate. Esistono, ci sono, vivono con noi, accanto a noi. Soltanto che amano fare più che parlare e non si sbracciano certo sbattendo in faccia al prossimo un deprimente: “lei non sa chi sono io”. Pensiamoci un momento, fermiamoci e cerchiamo di fare mente locale. Se ci sforziamo a scoprire e individuare “personalità sane”, anche noi potremo diventare migliori, davvero sicuri di noi stessi. L’identità consapevole è una cosa seria, non facciamocela scippare dal primo che sbraita: “lei non sa chi sono io!”.
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