Un alpino a difesa dei monaci

PERSONAGGI. L'esperienza di un sergente maggiore bassanese a guardia di un monastero nel cuore del Kosovo
«Siamo qui dal '99. Controlliamo tutto e tutti perché le tensioni ci sono, anche se con noi la gente si è sempre comportata bene»
31/01/2012
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Il sergente maggiore degli alpini Graziano Perli in Kosovo

La salita che porta al monastero ortodosso Visoki, a Decani, in Kosovo, è completamente imbiancata dalla neve, illuminata dai fari del pulmino militare che avanza lentamente. Si passa il primo check point, dove stanno a guardia i soldati del contingente italiano, a fianco di una selva alpina silente e immota. I grossi fiocchi di neve che cadono si ispessiscono sul filo spinato e sui “denti di drago” tra i quali il mezzo fa lo slalom per arrivare al secondo check point, di fronte al portone d'ingresso del monastero. Gli alpini escono dal posto di guardia e controllano i documenti. A verificare che tutto sia a posto è un sergente maggiore bassanese, Graziano Perli, in Kosovo da metà novembre con il 2° reggimento artiglieria terrestre alpino "Vicenza" di Trento, comandato dal colonnello Andrea Borzaga. «Siamo qui a difesa del monastero - racconta con voce sicura il sottufficiale degli alpini - Controlliamo i veicoli che passano per questa strada e garantiamo la sicurezza dei monaci». Gli italiani sono a guardia del monastero dal 1999. Nella struttura vive poco più di una trentina di religiosi serbi, tutt'altro che al sicuro a causa delle tensioni etniche nel Paese che si trascinano ormai da decenni. «Per quello che ho constatato da quando sono arrivato - continua Graziano Perli, che è comandante del 3° plotone della compagnia Papa Coi - posso solo dire che qui la situazione è tranquilla e che non c'è alcun problema. Non si sono verificati atti ostili nei nostri confronti. Al contrario, la gente qui è molto cordiale con noi italiani, ci saluta sempre al passaggio e non dà alcun tipo di fastidio. Fra l'altro, non noto una grande differenza con l'Italia, tranne che nelle infrastrutture, che in questo Paese sono molto scarse. È ovvio, ad ogni modo, che la guardia da parte nostra deve restare alta». Ha smesso di nevicare e la sera incalza svelta. Si accendono le luci attorno le mura del convento, sovrastate dalla chiesa consacrata all'Ascensione di Cristo. Lì dentro arde perennemente un cero che i monaci hanno dedicato, assieme alle loro preghiere, ai soldati italiani, affinché possano svolgere il loro lavoro incolumi. «Non abbiamo alcun timore di operare in questo luogo dichiara il sergente maggiore bassanese - Ovviamente siamo vigili e attenti, ma è pur sempre il nostro lavoro e siamo stati addestrati proprio per questo. Che cosa succederà quando il contingente italiano se ne andrà? E chi può dirlo!». Vicino alla postazione ci sono dei mezzi blindati. La coltre di neve sembra aver tolto loro l'aspetto offensivo per lasciare che il respiro della natura e l'incanto del paesaggio prendano sopravvento sullo spirito degli uomini. «Mi mancano tanto la mia casa, mia moglie Aura, mia madre e i miei fratelli che vivono vicino al Ponte Vecchio a Bassano - conclude con una nota di malinconia Perli - Ma il Kosovo in fondo non è male. Il paesaggio è bello. I dintorni sono simili alle nostre montagne e al Trentino dove sta il mio reggimento. Mi sento inserito e in sintonia con l'ambiente. D'altronde, siamo Alpini!».

Lieta Zanatta