«Mario mi insegnò la grande storia segnata dal dolore»
ASIAGO. Il medico Giuliano Lenci, 90 anni, presenta il suo ultimo libro.«Ero amico dello scrittore, con lui passeggiavamo spesso sui campi di battaglia della Grande Guerra»
Partigiano, medico, marinaio, storico, politico, docente universitario, scrittore. Si aggiungano una pennellata di libero pensiero e un viso da saggio, e si riesce a dipingere, almeno in parte, un ritratto di Giuliano Lenci. Nato a Pisa nel 1921, Lenci ha partecipato alla guerra partigiana tra le fila del gruppo “Folgore”; è stato protagonista della scienza medica venendo insignito della medaglia d'oro “Carlo Forlanini" per i suoi contributi allo studio della tubercolosi extrapolmonare e alla terapia della tisi polmonare cronica. È stato ufficiale medico della marina militare, medico da Napoli alla Liguria per poi giungere a Padova, apprezzato storico di storia militare, consigliere comunale padovano per 25 anni tra le file del Pci. Ad Asiago ha presentato il suo ultimo libro “Memorie di un nonagenario”, autobiografia che copre gli anni dal 1946 al 2011. Perché ha scelto Asiago? «Considero Asiago la mia terza città, dopo Pisa e Padova. Una cittadina bella ed accogliente, dove da 15 anni trascorre l'estate. Ma già la frequentavo negli anni '70 quando soggiornavo a Lavarone. La mia passione per la storia mi ha portato ad intrecciare rapporti di amicizia con l'anima intellettuale asiaghese, in primis con Mario Rigoni Stern. Con lui, ma anche con Mario Isnenghi e Ferdinando Camon, ci incamminavamo per i campi di battaglia della Grande Guerra, ognuno interpretandola con la propria visione». Un suo ricordo di Rigoni Stern? «Da Mario ha appreso la storia della gente dell'Altopiano che non si ferma alla Grande Guerra, ma anzi è un susseguirsi di drammi, di epopee, di tragedie e di conquiste che hanno plasmato una popolazione, dalla cui storia l'Italia intera potrebbe prenderne spunto per uscire da questo momento di difficoltà. Auspico che gli asiaghesi non si dimentichino di Stern che, oltre a far conoscere l'Altopiano nel mondo, rappresenta la memoria storia locale». La sua è una vita movimentata. «Così pare. Tanto che le varie vicissitudini mi hanno spinto a scrivere prima “Memorie pisane", e poi il seguito “Memorie di un nonagenario", dove ripercorro i momenti storici e le vicende personali di una vita che è stata decisamente appagante». Non sono mancati i momenti difficili. «Certo, ma la mia generazione ha vissuto la più grande tragedia, la guerra, e il suo risvolto più abietto, la guerra civile. Proprio da quelle sciagure abbiamo tratto la forza, l'entusiasmo e la determinazione per andare avanti». È un consiglio per le presenti generazioni? «Noi “vecchietti” abbiamo raggiunto risultati che ci rendono orgogliosi; abbiamo vissuto il periodo più florido dell'Italia. Ora viviamo la preoccupazione per il futuro dei nostri nipoti; ai figli abbiamo dedicato tutti i nostri sacrifici, ai nipoti possiamo solo offrire la nostra esperienza da dove trarre forza per affrontare il mondo di oggi». Quindi, testa dura e avanti tutta? «Capisco lo smarrimento degli “adulti" di oggi; sono cresciuti nell'agiatezza rimanendo ragazzi per troppo tempo. Poi all'improvviso tutto implode, non è facile venirne fuori. Però io non sono particolarmente pessimista, si uscirà da questo periodo drammatico. Anche la mia generazione si faceva prendere dallo sconforto quando sembrava che i sacrifici non finissero mai. Oggi si devono riscoprire le basi su cui abbiamo fondato l'Italia del dopoguerra: la speranza, anzi la certezza in tempi migliori e la volontà di concretizzarli. Partendo dalla lotta alle ingiustizie sociali e trovando un'unità d'intenti, nonostante le diversità ideologiche. Questa spinta deve partire dalla gente».
Gerardo Rigoni
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