sabato, 18 maggio 2013

SPETTACOLI

CAMBIA:

Oltre la virile bellezza orientale cercando l'essenza di Mishima

TEATRO. Al Kitchen la raffinata performance di Alessandro Martinello: un' operazione di indiscutibile fascino

Ma dopo 30 minuti la sensazione è che ci sia ampio spazio per un'ulteriore indagine, per aprire tante porte rimaste solo socchiuse
14/05/2012
Zoom Foto
Alessandro Martinello durante la performance di “IAI”, ispirata all'opera del grande Yukio Mishima. ROSSI

Alessandra Agosti
VICENZA
Buio e luce. Silenzio e suono. Fisicità e virtualità. Tradizione e modernità. Vita e morte.
È un gioco di contrasti, raffinatissimo, quasi estetizzante, il progetto di ricerca teatrale "IAI" presentato l'altra sera al Kitchen (lo spazio teatrale di Ossidiana in via dell'Edilizia), prodotto da Tam Teatromusica, pensato e interpretato da Alessandro Martinello.
Tutto parte dall'opera di Yukio Mishima, controverso scrittore, poeta e pensatore giapponese nato nel 1925 a Tokio e qui suicidatosi nel 1970, in diretta televisiva, utilizzando l'antico cerimoniale del "seppuku". Dalle sue pagine, e in particolare dal saggio "Lezioni spirituali per giovani samurai" e dall'"Introduzione alla filosofia dell'azione", Martinello distilla un viaggio fisico e mentale che indaga terreni sconosciuti, "altri" rispetto allo spazio e al tempo comunemente intesi, costantemente in bilico fra antica ritualità e moderni strumenti tecnologici.
Lo spazio performativo del Kitchen, un cubo completamente nero, diviene così la tela tridimensionale sulla quale Martinello può disegnare, una pennellata dopo l'altra, la sua opera, che prendendo spunto dall'arte dell'estrazione della spada (Iai-do) entra ed esce di continuo da estremi lontanissimi. Ecco allora (complici le accurate elaborazioni sonore di Luca Scapellato, LSKA) il silenzio assoluto infrangersi contro un muro di suoni, a sua volta costituito da elementi contrapposti: da un lato una musicalità minimale che richiama il teatro del N? e, dall'altro, segmenti musicali più strutturati e consueti; da un lato, ancora, suoni artificiali e disarticolati, dall'altro voci confuse di umanità e natura. Ed ecco parallelamente, sul piano visivo, il corpo di Martinello entrare e uscire dal buio e dalla luce, ma più ancora mostrarsi ora nella sua interezza fisica, quale elemento reale collocato nello spazio, ora nella sua essenza virtuale, proiezione di sé sul fondale, sulle pareti o sui grandi schermi che stratificano, verticalizzandola, la scena.
Tutto diviene così, al tempo stesso, materiale e immateriale, solido e rarefatto, stagliandosi e diluendosi in un insieme di algida, calligrafica, virile bellezza dal chiaro sapore orientale ma al tempo stesso universale, senza confini di tempo e di spazio. Tutto si trasfigura: la ripetitività del gesto del samurai, concretamente interpretata da Martinello, trova una nuova dimensione impalpabile nella proiezione di quello stesso gesto ripetuta, con ritmo quasi ipnotico, su uno schermo; e anche la conclusione dell'intera azione-non azione, un fendente di spada, si stacca dalla corporeità per divenire altro, taglio netto su una tela bianca.
Non c'è narrazione. Il tempo è relativo, articolato in eventi singoli o ripetuti, in cambi di immagine e di atmosfera (stigmatizzati dai colori dominanti nero, bianco e rosso).
La parola detta è esclusa, trasformata anch'essa in riflesso di sé, proiettata sul fondale che di volta in volta accoglie quanto Martinello stacca dalla propria fisicità e trasforma in "altro" attraverso una microtelecamera.
Che dire? Operazione di grande fascino, intellettualmente stimolante, accuratissima sul versante estetico, profondamente pensata sul piano concettuale. Ma dopo i trenta minuti o poco più di performance la sensazione è che ci sia ampio spazio per un'indagine ulteriore, per sviluppare quanto proposto ancora in nuce, per aprire le tante porte solo socchiuse.
L'idea come progetto è brillante. Varrebbe davvero la pena andare oltre.




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