La zia sapeva di menta. «Seguite
aglio e odori e troverete il colpevole»

ANDREA VITALI
28/12/2011
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Andrea Vitali

Suor Speranza ne è sicura: nel minestrone per gli ospiti della sua casa di riposo lei non ha fatto mettere mettere l'aglio. Allora come mai Ernesto Cervicati, in visita alla zia Antonia all'ospizio, ha sentito quell'odore, invece dell'aroma di menta? La zia profuma di menta, è golosa di mentine. Quel sorprendente odore d'aglio è un enigma, un indizio da cui si dipana la trama. Nelle 150 pagine di Zia Antonia sapeva di menta, (Garzanti) il romanzo di Andrea Vitali, comasco di Bellano, che ha scalato a sorpresa la classifica dei libri più venduti, si è avvolti anche da altri aromi: oltre a menta e aglio, la vegetallumina onnipresente nella casa di riposo e gli effluvi dal lago di Como.

Perché un giallo olfattivo?
Ritengo essenziali i profumi, anche da lettore. Prendiamo l'esempio di Simenon o Camilleri: leggendoli ci sembra di entrare davvero in una brasserie o di assaporare la freschezza di una birra.

Lei è medico; si è identificato con il dottor Fastelli del libro?
Fino a un certo punto. Anch'io frequentavo una casa di riposo perché avevo là due pazienti. Anch'io, la mattina, fischietto come un merlo e, appena in macchina, accendo subito la radio su di una stazione musicale.

Dei profumi s'è detto. Qual è la colonna sonora del suo giallo?
I Pink Floyd, anche se di primo acchito non sembra. Mi hanno accompagnato lungo tutta la stesura.

Cosa c'è in comune tra la sua professione di medico e la scrittura?
L'approccio con una certa umanità comune anche se non banale, il fatto di ascoltare e raccontare storie. La passione per la scrittura all'inizio lo scambiavo per puro desiderio di comunicare. A 15 anni scrivevo lettere alla morosetta, che poi mi lasciò per un tipo con il motorino. Soffrii il giusto, che si trasformò in disperate e languide poesie d'amore di cui spero non sia rimasta traccia. A 16 anni diventai un lettore accanito, che ebbe la fortuna di imbattersi nella grandezza della narrativa italiana. Guareschi, che si esprime con semplicità non semplicistica, con grazia. Piovene, Arpino, Orengo. A 17 anni morì mia madre e io scoprii la terapia della lettura: per sedare il dolore, mi immersi per tutta un'estate in quel grande libro che è Il signore degli anelli. Pensai di fare il giornalista, per raccontare. Fu un'illusione di gioventù stroncata da mio padre. Comunque non mi sono mai pentito d'essere medico e mi rendo conto che sarei stato un pessimo cronista perché la mia fantasia avrebbe distorto la realtà. A meno di non fare il giornalista alla Buzzati, ma di quelli ne nasce uno al secolo.

Com'è che si decise a scrivere?
Fu con Il procuratore, pubblicato nel 1990 e che vinse un premio per giovani scrittori. L'idea me la diede l'aneddoto di un episodio di guerra, che mio padre ci raccontò una sera sulla terrazza. Ero giovane e l'odore del lago fece il resto. L'imput me lo diede, però, Raffaele Crovi con cui nel frattempo, ero entrato in contatto. Mi disse: «Non raccontare a me, fissa il racconto sulla carta».

Tutti i suoi romanzi si basano su fatti storici?
Per cominciare mi serve sempre un evento reale, che poi modifico. Nel caso di Zia Antonia ho ricevuto io stesso un estratto conto indirizzato a un mio omonimo. L'ho aperto e mi sono accorto subito che non poteva essere mio, ero agli inizi della professione e non potevo certo disporre di una simile cifra. Ecco, un equivoco così può, nella mia mente, generare una storia. Aggiungete il fatto che in quel momento frequentavo un ospizio e il gioco è fatto.

Che metodo adotta per costruire una trama, prende appunti?
Non ho mai preso appunti, ci penso e me la racconto tra me e magari alla mia famiglia. Non parto mai con la scrittura prima di avere il titolo e la fine.

Quale personaggio ha elaborato di più?
Suor Speranza, calco di una suora che ho conosciuto, dal piglio militaresco, ma profondamente buona. Per questo la tratteggio sempre con le maniche arrotolate. Eppoi i personaggi marginali: i vecchietti, le zitelle. Adoro i marginali che non hanno avuto la fortuna che ho avuto io. Mi commuovono. Cerco di risollevarli: materialmente, se posso; nei miei romanzi, dandogli la possibilità di apparire, di mostrare la ricchezza che hanno dentro. Quanto alle zitelle sono un capitolo a parte. Penso che i vocabolari dovrebbero nobilitare questa parola. Ne ho conosciute pletore: le mie zie e le loro amiche, soddisfatte di sé e del mondo, zitelle per scelta, contente di essere tali. Quando posso, nei miei romanzi, ne inserisco subito una. Ricordo con estremo piacere zia Rosina de La figlia del podestà, che ha vissuto, goduto la vita e che mette la sua esperienza a disposizione dei due giovani.
Pur essendo medico e incontrando ogni giorno il dolore, nei suoi romanzi sa ispirare serenità e persino ilarità. Anche l'ospizio di zia Antonia è visto come luogo di approdo, ma ospitale, quieto, tranquillo, se non lieto. È così davvero, nella sua esperienza?
Quell'ospizio che frequentavo era proprio così; certo c'erano i vecchi, ma più che vecchi non si può diventare. Riguardo al dolore, alla morte, ho ancora il pudore di raccontarli, temo di offendere la profondità di certi sentimenti. C'è una vernice che, però, sto grattando e non escludo che in futuro affronterò questi temi.

La definiscono l'erede di Piero Chiara. Le calza questa definizione?
Purché non mi sia così stretta da diventare una camicia di forza. Ci sono dei parallelismi, è vero: il lago, il piccolo paese, i microcosmi. Ma la scrittura è molto diversa: quella di Chiara era rigorosissima, io mi permetto di sbandare nel dialetto, magari italianizzando i termini.




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