C'è il cammino dell'umanità in questo mio "Idiota di Galilea"
NATALINO BALASSO
Con il suo ultimo spettacolo, "L'idiota di Galilea", Natalino Balasso affronta temi filosofici alti e finora inconsueti nella sua produzione.
"Il testo - spiega l'attore di Porto Tolle - ha l'ambizione di rappresentare in forma teatrale il cammino dell'umanità, basita da ciò che la circonda e costretta a trovare il modo di fronteggiare l'immensità delle cose che non comprende. Nel creare il personaggio, mi sono ispirato a Niccolò Cusano, un filosofo del Quattrocento che affidava i suoi pensieri più audaci alla mente semplice di un fabbricatore di cucchiai. Anche il mio idiota è un falegname, un umile piallatore che fa solo quello che gli dicono e ha difficoltà a distinguere tra giusto e sbagliato. Per lui, due tavole sono due tavole e non gli interessa che poi vengano incrociate tra loro e diventino uno strumento di supplizio".
La cosa più strana che capita all'Idiota di Galilea è infatti di assistere alla predicazione e ai miracoli di Cristo.
Durante lo spettacolo non faccio mai il nome di Gesù ma parlo generalmente di un "Maestro". E' chiaro comunque che il riferimento è quello e che le vicende narrate si ispirano non solo alle Scritture riconosciute dalla Chiesa ma anche ai Vangeli gnostici e apocrifi. Il Maestro è molto poco divino e molto umano, si arrabbia se lo ostacolano e non esita a mandare a quel paese chi lo contraddice. Il suo è un pensiero pratico che trova più di qualche aggancio con le intuizioni filosofiche di Epitteto.
Parlando di "idiota", si pensa subito a Dostoewskij.
Certo, il mio personaggio, come il principe Myskin creato dal grande scrittore russo, è un "idiota cosciente" che vorrebbe ingenuamente solo il bene di tutti ma che non riesce ad attuare il suo proposito. Inoltre, ha serie difficoltà nell'esprimere quello che pensa: le parole che servono sono tutte dentro la sua testa ma non riesce a tirarle fuori in un ordine preciso. Allora, quelli che vengono rappresentati sul palcoscenico sono i suoi pensieri più intimi, le intenzioni ispirate dalla buona volontà che però non trovano rispondenza nella vita reale. Capita un po' a tutti di pensare meglio di come si parla e di agire peggio di come si vorrebbe.
Con questo testo lei si allontana, e di molto, dal carattere tipicamente veneto che è un po' la sua forma espressiva di maggior successo.
Essendo io attore, ed essendo nato in provincia di Rovigo, è abbastanza naturale definirmi un "attore veneto". Ciò non vuol dire che non possa ogni tanto sganciarmi dalle pur nobili radici letterarie della mia regione e abbandonare per un po' gli adorati Goldoni e Meneghello. A questo proposito, noto che fuori dal Veneto si fa un po' fatica a capire, non tanto le parole del nostro dialetto quanto la forma mentis che ci caratterizza. C'è un senso di diffidenza - intendiamoci, in andata e in ritorno, non è che noi siamo molto più comprensivi, per dire, con i meridionali - che una volta non c'era.
Penso ai film degli anni Cinquanta quando i carabinieri e le servette, che erano sempre veneti, parlavano il dialetto di Chioggia o di Bassano e tutti comprendevano benissimo. Io da piccolo vedevo alla Tv Gilberto Govi che recitava in un genovese strettissimo e mi divertivo un mondo. Da questo punto di vista, siamo peggiorati di molto.
Completamente assorbito dal teatro, lei ha abbandonato la tv, che pure è stata prodiga, all'inizio della sua carriera, di successi.
Non è per una forma di snobismo finto-intellettuale che non faccio più le mie macchiette in tv. E' che mi piacerebbe poter allestire qualcosa di più elaborato, condividendo impostazioni e scelte.
Ma, visto come è ridotto il mondo della televisione, un progetto del genere è pressoché impossibile da realizzare.
Comunque la cosa non è grave: chi ha piacere di rivedere le mie partecipazioni a Zelig può andare su U-Tube; chi vuole vedere qualcosa di diverso, venga a teatro.
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