Racconto i potenti come teste di legno. Io sto con il popolo
ANTONIO PENNACCHI
È laziale, ma ha sangue veneto ed è scrittore, ma di sangue operaio. Antonio Pennacchi è un uomo dalle sfumature ruvide e immediate. Senza fronzoli né affettazione, è diretto come la lingua che parla e la terra da cui proviene. Nato a Latina da una famiglia di coloni (la madre veneta, il padre umbro) giunti nel Lazio per la bonifica dell'Agro Pontino, Pennacchi, per trent'anni operaio, ha vinto il Premio Strega nel 2010 con il romanzo Canale Mussolini. Dalai Editore ha ristampato ora una versione riveduta di Palude, scritto quindici anni prima di Canale Mussolini e ideale seguito delle vicende che vi sono narrate. Palude è la storia, brusca e commovente, di un uomo e della sua vita. Tra amori, fantasmi e storie che non vogliono passare, Pennacchi dà vita ad un racconto esilarante e tenero, in cui si amalgamano leggende popolari, storia e politica.
Qual è il legame tra "Palude" e "Canale Mussolini"? Quella che lei racconta non è in fondo un'unica storia?
Questa è 'na cosa che m'è stata fatta notare ultimamente: Palude l'ho scritta quindici anni prima, ma è il seguito virtuale de Canale Mussolini. È lo stesso territorio sessant'anni dopo: in Canale Mussolini c'è il passato dell'Agro Pontino; in "Palude" c'è l'Agro Pontino oggi, o almeno negli anni Novanta, che non sono molto diversi da ora. C'era già Berlusconi co' le soubrette. Poi, che le debbo dì, io sono contro i "sequel", non era mia intenzione, ma alcune cose si rincorrono, si riallacciano nel mio percorso. Ad esempio, zio Gelindo, il marito de zia Antinesca di Palude, è lo zio Iseo de Canale Mussolini. Ho cambiato i nomi, magari il lettore non lo sa però io lo so. Accio di Il fascicomunista è un Peruzzi anche lui. Oh, io queste so' le storie che so raccontà!
Ma in effetti quello che lei scrive non è sempre un tributo alla sua famiglia, alla sua gente? Lei si definisce uno "scrittore popolare", un "servo del popolo". Il suo popolo, quello di cui racconta non è in fondo la sua famiglia?
È la gente, la gente in senso romano, la gens, più che la famiglia in senso stretto. Il mio primo romanzo, Mammut, è una storia di fabbrica e anche in Palude ci stanno i miei parenti, ma ci sono pure i miei compagni.
Quanto c'è di vero e quanto c'è di inventato in quello che racconta?
Il sostrato delle mie storie nasce tutto dal reale. Io racconto solo storie o accadute direttamente a me, come nel caso del Fasciocomunista o accadute alla mia famiglia o ai miei compagni e che mi sono state raccontate. Quando ad esempio racconto le storie dei fantasmi, se lei mi chiede "Ma so' vere le storie de' fantasmi?", io le rispondo che noo so se esistono davvero i fantasmi.
Quello che so è che la gente ce crede. Poi mescolo il lavoro di invenzione a quello di aggiustamento, di tecnica narrativa.
C'è una forte presenza antiretorica nel suo libro, quasi una volontà di rendere uomini anche i grandi personaggi della storia (ad esempio, la figura di Mussolini).
L'antiretorica di "Palude" corrisponde a un tentativo di umanizzare una storia a volte troppo oggettivata?
Senta Ferrà, io che le debbo dì, questi aspetti che c'erano già in Palude, in Canale Mussolini emergono ancora di più. In Palude c'è il fantasma di Mussolini, in Canale Mussolini c'è Mussolini che parla da Duce, ma in dialetto, come 'na persona normale. Non c'è però una volontà, è tutto post eventum. Che le debbo dire, io racconto 'ste storie perché me vengono naturali. Per me i potenti sono teste di legno come me, non mi considero inferiore a nessuno 'nsomma. Quindi se debbo raccontà un re o un potente lo racconto come una testa de casso come mi. Non è un problema di voler ridurre loro, è un problema di orgoglio di me, della mia classe, della mia gente.
È come dire: in fondo siamo uguali..
Sì, sì. È 'na rivolta democratica, come posso dire, proletaria. Io mi considero un proletario che è arrivato alla letteratura. Scrivo quel che scrivo perché sono quello che sono. E sono quello che sono perché ho fatto le cose che ho fatto. Se non avessi fatto trent'anni de fabbrica non scriverei come scrivo. Capisce Ferrà? C'è anche il fatto che sono andato all'università. Non sono un naïf: sto con tutti i piedi dentro la tradizione letteraria. Ma ce sto, non come un convertito, ma come un barbaro che sa parlare il latino ma che se ricorda da dove viene.
La politica ha un ruolo importante sia nella sua vita che nei suoi libri. Per lei, è una passione o una missione?
Noo so. Da giovane è stata 'na passione, noo so se lo è ancora, ma ne farei volentieri a meno. Molte volte lo sento un dovere il dover intervenire. Il mio mestiere sarebbe scrivere e basta, non impegnarmi direttamente.
La sua scrittura non è anche una forma di impegno?
Appunto, la mia scrittura è tutta politica. Parlo solo de cose che riguardano la collettività, il mio stare insieme agli altri. Quindi che bisogno c'è de litigà 'n piazza? E invece ogni tanto me tocca litigà pure 'n piazza. Ne vorrei fa' a meno. C'andassero gli altri. Che me frega, m'hanno stufato.
Che legame si crea con una terra, il Veneto, che è così lontana dalla terra in cui lei vive ora, ma di cui continua a portare avanti la tradizione?
Senta, er legame è questo: io parlo romanesco, come sente, ho l'accento laziale, ma mi sento ancora veneto. La mia estrazione è veneta. Mia mamma era veneta ao. Mia mamma de cognome faceva Tosatti. Mia moglie de cognome fa Busatto. Io mi sento ancora veneto, ma quando vengo in veneto m' incazzo.
Perché?
Me pija a rabbia perché io so' stato cacciato da là. Voi c'avete cacciato. Ingrata terra mia, so' dovuto andà via.
Però continua ad amarla questa terra...
Eccerto, lei che dice? È casa mia. I miei morti stanno lì. Tutte le volte che torno su, passiamo per Porto Tolle e il cimitero a trovare i nostri morti.
Silvia Ferrari
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1 nigol_vi 19/11/2011 10:48 949 commenti
Non sa scrivere, tanto meno sa parlare: forse è questo il segreto del suo successo?