«Il "papà" della Apple ci mancherà, ma  la ricerca va avanti»

FEDERICO FAGGIN
18/10/2011
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Federico Faggin

Quando Federico Faggin inventò il microprocessore, un altro genio del computer stava conseguendo il diploma. Il ragazzo non era nemmeno diciottenne e forse nessuno avrebbe immaginato che quel giovane, Steve Jobs, avrebbe cambiato la vita di ciascuno di noi.
Tantomeno Faggin, alle soglie dei 70 anni, imprenditore vicentino che ha rivoluzionato l'informatica grazie a uno strumento piccolo e straordinario. Uno che - ex allievo del tecnico industriale Rossi e laureato nel 1965 in fisica all'università di Padova - non ha nulla da invidiare al padre della Apple e che questo pomeriggio alle 16.15 tornerà a "casa" per ricevere ad Altavilla il master honoris causa in Business administration dal presidente del Cuoa, Vittorio Mincato.

Quale significato assume la morte di Steve Jobs per chi lavora nel campo dell'informatica come lei?
È una perdita non indifferente, anche se il signor Jobs è stato più il genio del business del computer, piuttosto che della tecnologia. Ha avuto la capacità straordinaria di capire le tendenze con un senso forte del prodotto, riconoscendo ciò che attira l'utente.

La sua scomparsa rappresenta un punto di non ritorno come tanti sostengono?
Nessuno è indispensabile. La Apple in questo momento ha già una linea di prodotti e per i prossimi cinque anni non avrà problemi. Più avanti non lo so. Jobs ha avuto il merito di valorizzare il gruppo creativo. Basta un dato: le azioni della Apple valevano 10 dollari ciascuna prima di Jobs; ora raggiungono i 380 dollari.

Vi conoscevate?
Sì, anche se non eravamo amici intimi.

Lei alcuni anni fa ha affermato: «C'è sempre qualcosa da inventare». Quali sono le nuove frontiere della tecnologia?
Nel mondo del computer i campi sono molteplici. Anche se ci sono alcune tecnologie che hanno una propria dinamica e che continuano ad avanzare; basti pensare all'industria dei semiconduttori. Stiamo procedendo a ritmi serrati e presto si raggiungerà un limite sia nello spazio, che nella velocità dei processori.

Cosa intende dire?
Che la tecnologia avanza rapidamente e che è difficile fare delle previsioni. Pensiamo ad esempio alla macchina fotografica digitale. Sa quanti anni fa ha soppiantato definitivamente quella a pellicola? Pochissimi, cinque per l'esattezza. E sembra passato un secolo.

Significa che le rivoluzioni sono veloci e inaspettate?
Sì. Amazon ad esempio ha da poco dichiarato di aver venduto quest'anno più libri elettronici che cartacei.

Quali sono i prossimi campi di sviluppo?
Sicuramente il "cloud computing", che permetterà di archiviare i documenti in uno spazio virtuale, avendoli sempre con sé. Ma soprattutto il computer quantico.

Vale a dire?
Permetterà di creare macchine che compiono azioni impensabili per i computer attuali. È una logica incomprensibile; ci sarà un salto di qualità. In primis a livello di velocità.

Secondo lei non c'è il rischio che la continua automatizzazione delle macchine contribuisca alla perdita di controllo totale dell'oggetto da parte dell'utente?
No. Il computer non potrà mai sostituire l'uomo nel compiere azioni: non ha l'intuito e l'istinto.

Quindi l'uomo sarà comunque indispensabile?
Certo. Ricordiamoci che un bambino di tre anni ragiona meglio di un computer.

Molte delle recenti innovazioni provengono dalla Silicon Valley. In occasione dell'assegnazione del Master honoris causa da parte del Cuoa lei parlerà di questa realtà. Per quale motivo?
Spiegherò come funziona il modello che ha creato un'infinità di idee e di prodotti. Si tratta di un sistema che lavora bene e che può essere esportato.

Anche qui in Italia?
Certo, anche se l'applicazione deve tenere conto delle differenze che sorgono tra il contesto americano e quello italiano.




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