mercoledì, 23 maggio 2012

ECONOMIA

CAMBIA:

«Poche donne manager, fermi all'800»

02/02/2012
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Le donne manager ai vertici delle aziende italiane sono una minoranza. Urgono rimedi

Altavilla Vicentina. Per rafforzare il concetto di donne come motore dell'economia è stato coniato anche un neologismo, 'womenomics', e sono proliferati studi, come il McKinsey, a dimostrazione di come le aziende con donne ai vertici abbiano risultati e bilanci migliori.  «Tuttavia, il vantaggio delle donne nell'affrontare la crisi non sta semplicemente nei numeri, ma in un approccio diverso da quello maschile: più responsabilità, più attenzione al bene comune che al potere fine a se stesso. E se penso a come ho fatto carriera in un ruolo tradizionalmente maschile rispondo che, probabilmente, è stato proprio perché non pensavo a far carriera. Il posto che occupo è stata una conseguenza: il mio faro sono sempre stati gli obiettivi che mi ponevo per far crescere l'azienda, chi lavorava con me e io con loro. Mettendoci impegno, cuore e passione».  A dirlo è Monica Gasparella, responsabile finanziario di Allicore-Corporate Finance e organizzatrice dell'incontro al Cuoa “Affinità lavorative, leadership femminile e dintorni. Un vantaggio per affrontare la crisi”. Patrocinato da Federmanager, Federprofessional e dall'associazione Donne senza guscio, l'evento ha spiegato perché puntare sul fattore 'D' sia un vantaggio per le imprese. A cominciare da quella parola del titolo del convegno, “affinità”, che fa delle manager donna un valore aggiunto, lontane dallo stereotipo Miranda Priestly di “Il diavolo veste Prada” e della ”Signorina Rambo, stronza come un uomo” di Vecchioni.  «Il valore aggiunto delle donne in azienda - spiega Gasparella - è l'empatia e l'ascolto: ascoltare fa la differenza; troppi parlano, corrono avanti e dietro non hanno nessuno. Ma da soli non si va da nessuna parte, eppure quello di team resta un concetto ancora indigesto per le pmi. C'è molto da lavorare sul fattore culturale».  «Un salto culturale è necessario - ha spiegato Fabio Pinzi, esperto in ristrutturazioni aziendali - soprattutto per far fronte al primo limite delle donne: la difficoltà a diversificare le esperienze. Posto che la leadership non ha sesso, la vera crisi di oggi è una crisi di leader e va ricercata anche nella difficoltà, specie nelle piccole e medie imprese, di superare i tradizionali modelli di gestione organizzativa, eppure varrebbe la pena: si potrebbero così liberare le enormi risorse che le donne possono offrire. Ce ne si accorge dopo le ristrutturazioni, quando nelle aziende rimangono più manager donne che uomini perché considerate più aderenti agli obiettivi, più affidabili e perché innovano anche in settori tradizionalmente maschili come il commerciale o il produttivo. Ottengono di più perché fanno leva sulla capacità di coinvolgimento più che su metodi da sergente maggiore».  A raccontare le loro esperienza sono state Emanuela Perazzoli, ceo di Melegatti, e Ilaria Fornari, Global Strategist Credem. Tra i relatori anche Maria Cristina Rota, docente di sviluppo e comportamento organizzativo e la piscologa del lavoro Rosanna Gallo che ha spiegato: «Nella crisi la resilienza femminile, intesa come flessibilità, capacità di condividere, di trovare soluzioni nelle difficoltà è un fattore chiave. Senza tenere conto del fatto che più la leadership è mista, più ricca. Eppure, più si sale verso posizioni qualificate, più le donne sono rare a causa di un modello organizzativo del lavoro che è lo stesso di fine '800. Occorre dunque rivedere l'organizzazione del lavoro. Alla fine si tratterebbe di scegliere in base ad un unico criterio: il merito».   

Cinzia Zuccon Morgani

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