«All'Ipsia non siamo studenti di serie B»
SCUOLE. Gli alunni prendono posizione dopo la droga trovata nello zaino di un compagno«Qui si studia con impegno e ci etichettano come scansafatiche» L'insegnante: «Anche da noi ci sono il bene e il male come nella società»
«Il problema della droga non riguarda solo il nostro istituto e, proprio per questo, non vogliamo che il nome l'Ipsia Luzzatti sia danneggiato dal comportamento sbagliato di pochi».
Dopo il ritrovamento di 5 grammi di marijuana nello zainetto di uno studente, poi denunciato dai carabinieri con l'accusa di spaccio, i compagni difendono il buon nome della scuola. «Sentiamo quotidianamente le battutine di chi non conosce bene l'istituto - dicono - sappiamo che lo stereotipo del professionale come una “brutta scuola” è molto diffuso e ci sentiamo avvilite ed amareggiate».
Ilenia e Marzia hanno la faccia pulita, l'occhio vivace e tanta voglia di costruirsi un futuro. Lavorare, magari dopo una laurea triennale in ostetricia, il sogno nel cassetto della prima, e come operatrice socio sanitaria l'aspirazione della seconda. Due ragazze tranquille che sono la sintesi dell'orgoglio degli studenti dell'Ipsia.
Un sentimento che viene fuori quando meno te lo aspetti. Un moto nato dai ragazzi, dalla loro voglia di far vedere che quasi 400 studenti non si vogliono confondere con qualche “pecora nera”. Il messaggio è chiaro: «Non siamo studenti di serie B».
Protagonista la IV A ad indirizzo tecnico dei servizi sociali e le rappresentanti d'istituto Ilenia Mastrotto e Marzia Zarantonello: «Vogliamo difendere il buon nome della scuola. Qui si studia con impegno, costanza e fatica ma ci sentiamo ancora poco considerate ed etichettate come scansafatiche. Crediamo molto nella nostra scuola e nella nostra scelta».
Di fronte a questa levata di scudi si entusiasma Cristina Acerbi, insegnante di lettere. «La scuola è uno spaccato della società che è fuori dai cancelli: c'è il bene e c'è il male. Ho avuto tanti alunni demotivati che all'Ipsia hanno riscoperto la voglia di studiare e hanno acquisito una professionalità spendibile alla fine del corso di studi o sempre più frequentemente, all'università».
Compiaciuta e orgogliosa la preside Maria Cristina Benetti: «Vedere che i ragazzi hanno manifestato questo senso di appartenenza, che si sentono chiamati in causa quando si parla di Ipsia non può che farmi felice».
Luigi Cristina
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