VALDASTICO. Dov'è andata a finire la mia posta?

Sono anche io un’indignata. Non occupo Wall Street, non manifesto a Roma appiccando fuoco alle macchine o distruggendo negozi. M’indigno per qualcosa di più semplice e circoscritto forse, ma comunque lo stesso importante...
20/10/2011

Sono anche io un’indignata. Non occupo Wall Street, non manifesto a Roma appiccando fuoco alle macchine o distruggendo negozi. M’indigno per qualcosa di più semplice e circoscritto forse, ma comunque lo stesso importante: da mesi nel mio paese la posta non passa più!

Badate bene! Non sono le tre settimane di permesso matrimoniale giustamente goduto dal portalettere di Velo “Giampi”. Qui si parla di una lunga assenza per malattia, assenza che ha mandato in tilt letteralmente il servizio postale di un piccolo paese dell’alta Valdastico. Per qualche settimana il recapito della posta è stato garantito, credo, da supplenti, poi, di punto in bianco, senza un avviso ufficiale, la posta non ci è stata più recapitata. Motivazione: “Il portalettere di servizio è ammalato e noi non riusciamo a sostituirlo. Saranno garantiti solo i recapiti delle Raccomandate. Se volete l’altra posta, andate all’Ufficio Postale a ritirarla.”

Purtroppo, come accaduto al signor Marangoni nel caso di Velo, chi si è recato all’Ufficio Postale di Valdastico  per ritirare la propria posta, non ha potuto farlo in quanto l’Ufficiale Postale ha comunicato che solo il portalettere poteva smistare e consegnare la corrispondenza.

Ci è stato detto di fare un reclamo, compilando l’apposito modulo, “perché tutti si lamentano, ma si fermano alle parole. Nessuno passa mai a qualcosa di più concreto”. Io il modulo ce l’ho a casa, ma i reclami poi, dove vanno a finire?

Mi è sembrato doveroso, a questo punto, utilizzare un mezzo sicuramente più efficace e farmi portavoce “concretamente”, tramite il GdV, dello stupore e dell’indignazione della mia gente, che da mesi si trova a vivere questa situazione paradossale.

Il mio paese, come tutte le realtà decentrate rispetto agli agglomerati urbani, conta ormai pochi abitanti ed è tendenzialmente “vecchio”. I servizi principali (Poste comprese), sono fuori paese e molti anziani non hanno mezzi di trasporto per muoversi o non sono autosufficienti.  Pochi, poi, usufruiscono del servizio di addebito periodico delle bollette direttamente sul proprio conto corrente. Il recapito della corrispondenza “brevi manu” diventa, quindi, una cosa di vitale importanza, recapito che da mesi ci viene negato.

Ora, poco importa se la cassetta delle lettere non “tracima” più di pubblicità o volantini di dubbio interesse. Credo, però, sia un nostro diritto ricevere tempestivamente almeno le bollette per rispettare le scadenze di pagamento senza risultare morosi. Qualcuno, non sapendo ancora come stanno le cose, è li che aspetta la bolletta e si chiede dove sia finita! E’ giusto che gli venga addebitato un interesse di mora su ritardi di pagamenti che non dipendono da lui, ma da disservizi delle Poste Italiane?

Siamo in un momento di crisi generalizzata. Viviamo nell’incertezza, ci sentiamo allo sbando, siamo stanchi, demotivati, rabbiosi e per questo si insinua nell’animo un senso di ribellione. Ormai la gente non ha più paura di far sentire la propria voce e adotta ogni mezzo per rendere palese il proprio “malessere”.

Probabilmente anche i portalettere della valle hanno subito dei “torti” da chi li governa. Forse c’è stata una riduzione del personale; forse, se un collega si assenta per giorni, non è prevista una sostituzione, e chi rimane non riesce a gestire ulteriore lavoro; forse “metterla giù dura” è l’unico modo per i dipendenti delle Poste Italiane per far capire ai superiori che qualcosa non va.

Noi non possiamo sapere i veri motivi. Visto come va il mondo, sentendoci tutti sulla stessa barca alla deriva, possiamo pure metterci un po’ di cuore e tutta la nostra comprensione, giustificando, in parte, l’ennesimo disservizio sociale.

E’, però, più grande in cuor nostro il desiderio che si trovi al più presto una soluzione e che la corrispondenza torni a far capolino nella nostra buca delle lettere come un tempo  (ndr: qualche anno fa, chi non aveva ancora la casetta di posta in bella mostra sul muro di casa ha ricevuto una comunicazione da Poste Italiane in cui si invitava a provvedere al più presto all’acquisto e all’affissione della stessa. In assenza della casella, la posta non sarebbe più stata consegnata!)

Pur di avere ciò che semplicemente ci spetta di diritto, avevo pensato di presentarmi all’Ufficio Postale con una delega controfirmata dai miei compaesani per il ritiro di tutta la nostra posta ferma. Ci avrei pensato io, dopo lavoro, la sera, o il sabato mattina a distribuirla alle 70 famiglie (settanta!!!) che compongono il mio paese. Ma se nemmeno l’Ufficiale Postale, che, se non erro lavora sempre per Poste Italiane, come il portalettere, può toccare la corrispondenza ammucchiata in ufficio, perché, ci hanno detto, “i due settori sono separati”… siamo proprio alla frutta!

Io sono impiegata in un'azienda di 100 persone. Da sempre, l’assenza di una collega (breve o lunga che sia) deve essere coperta da chi rimane. Anche se non si è specializzate nello stesso lavoro, anche se il settore di appartenenza non è lo stesso e le attività si diversificano, si cerca comunque di “tamponare”. Sarebbe più facile e conveniente tirarsi indietro perché il lavoro non ci compete, ma per evitare difficoltà ai colleghi o situazioni di “stallo” si cerca di sopperire all’assenza. Questo lo si fa più per “senso del dovere” che sapendo di venir riconosciuti in qualche modo.

Siamo sulla stessa barca, un po’ tutti alla deriva, e se non vogliamo affondare, soprattutto in questi momenti cosi difficili, a me vien spontaneo pensare ad una maggior collaborazione e a uno spirito di sacrificio più...accentuato. Credevo che, in certe situazioni, la burocrazia si potesse by-passare. Probabilmente non è dappertutto cosi…

Denise Scalzeri