Occorre ritrovare fiducia nel futuro
Meglio pensarci bene, prima di continuare a far finta nulla e a credere che la “crisi”, oggi, sia solo quella economica. Siamo ancora in tempo per voltare pagina, ma se crediamo nel domani dobbiamo - ciascuno per quel che può - darci da fare subito, senza esitazioniLa debolezza del nostro Paese, se ci pensiamo bene, non deriva tanto dal sistema politico in sé, che pure soffre di patologie decennali e in larga parte irrisolte. Certo, un Parlamento lacerato da lotte intestine e interessi particolari è senz’altro la fotografia più nitida di un’Italia stanca e rassegnata. Sarebbe tuttavia comodo limitarsi, come spesso si fa, ad una critica istituzionale. Intendiamoci: nessuno nega che la classe politica abbia, in quanto tale, responsabilità superiori. Ci mancherebbe. Solo che la portata della crisi che stiamo attraversando oltrepassa i confini dei partiti, e di parecchio. Si tratta dunque di una crisi trasversale, assai estesa, che però possiamo riassumere in tre parole: paura del futuro. Hanno paura del futuro i già citati partiti politici, preoccupati come sono più di vincere le prossime elezioni che di governare il Paese.
Hanno paura del futuro gli investitori, schiavi di un mercato ondivago e quindi incapaci di impegni a lungo termine. Ne hanno paura persino coloro che, in teoria, dovrebbero toccare il cielo con un dito: gli innamorati. I quali oggi preferiscono un amore low cost a quello a tempo indeterminato. Oltre a loro, però, è la società intera, nel suo insieme, a nutrire questa «paura metafisica» (Civiltà Cattolica 2006 IV 548-553:549). Lo mostra con evidenza un fenomeno: l’inverno demografico, ossia la realtà delle culle vuote, di famiglie che non se la sentono di mettere al mondo quei figli che del futuro dovrebbero essere i custodi.
Una tendenza, questa, che purtroppo non interessa la sola Italia: secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, dal 2000 al 2050 l’Europa, dall’Islanda alla Russia, vedrà la sua popolazione crollare da 728 a 600 milioni, o forse a 556 milioni, col risultato che, se queste tendenze progrediranno ulteriormente, alla fine del secolo la popolazione continentale si ridurrà a soli 207 milioni di persone. Numeri che si commentano da soli e che ci pongono davanti ad una domanda: cosa c’è di più triste di una società dove non nascono più bambini? Quale peggiore rischio, per una comunità, che la sua estinzione? Altro che batterio killer, mucca pazza o aviaria: il rischio, in questo caso, è del tutto reale. Anche perché, in prospettiva, meno bambini nati significa minore spinta alla crescita, meno lavoro e ricchezza, meno welfare. Ecco che allora l’odierna paura del futuro, alla stregua d’una profezia che s’autoadempie, appare destinata a tramutarsi in abolizione del futuro stesso. Meglio pensarci bene, allora, prima di continuare a far finta nulla e a credere che la “crisi”, oggi, sia solo quella economica. Siamo ancora in tempo per voltare pagina, ma se crediamo nel domani dobbiamo - ciascuno per quel che può - darci da fare subito, senza esitazioni. E tornare rischiare, a scommettere con la nostra vita sul presente e dunque sul futuro.
Giuliano Guzzo
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1 nigol_vi 04/07/2011 07:03 949 commenti
Se la popolazione potesse diminuire, sarebbe una vera benedizione per il nostro pianeta. La coscienza più sviluppata dell'uomo attuale lo fa riflettere sull'opportunità di mettere al mondo dei figli per scagliarli nella sofferenza. Prova ne sia che più un paese è arretrato più i suoi abitanti si riproducono e considerano i figli il più grande valore. Penso invece che dovremmo scegliere un aumento demografico molto controllato.