SCUOLA. Il ministro Gelmini fa soltanto propaganda

Per noi insegnanti è davvero difficile ascoltare le sue parole, senza provare un fortissimo senso di impotenza e rabbia.
21/03/2011

Ho seguito l’intervista alla trasmissione “Che tempo che fa”, al ministro dell’istruzione  Gelmini nonostante prevedessi già il tenore del suo intervento. Per noi insegnanti è davvero difficile ascoltare le sue parole, senza provare un fortissimo senso di impotenza e rabbia.
Infatti anche stavolta  ha snocciolato composta dati e cifre, come una lezione mandata a memoria (sa, noi abbiamo occhio per queste cose…), tirando via con superiorità e malcelato fastidio sulle piazze che si riempiono per protesta. E noi, come tutte le altre volte, l’abbiamo ascoltata friggendo sul divano.
E poi abbiamo commentato ad alta voce i passaggi più disonesti, con i nostri poveri mariti o mogli o figli, che in questi anni di nostra profonda sofferenza per la scuola che va in malora, hanno imparato a capire che in questi frangenti è meglio lasciarci sfogare. Ma a noi non basta più. Vorremmo anche noi poter dire a tutti cosa sta davvero accadendo. Vorremmo dire che non è vero che noi insegnanti siamo in troppi.
L’Italia è fatta di monti ed isole, di paesi, frazioni, contrade, e in queste realtà la scuola è spesso l’unico cemento che tiene insieme la comunità. Ma per far funzionare le scuole, anche piccole, ci vogliono insegnanti e bidelli. Vorremmo dire che nessuno di noi vorrebbe che il proprio figlio di 6 anni si facesse in corriera 20 o 30 km al giorno su strade di montagna per andare alla scuola elementare. Che è giusto che questi bambini abbiano la loro scuola e il loro insegnante, anche se sono in pochi. Che è dovere dello Stato garantire loro questo diritto.
Vorremmo tutti sapessero che sul bilancio del Ministero dell’istruzione pesano gli stipendi degli insegnanti di religione, scelti dalle Curie e pagati dallo Stato. E che gli insegnanti di sostegno, negli altri paesi europei, sono a carico del Ministero della Sanità.
Vorremmo tutti sapessero che per tagliare quelle decine di migliaia di posti sono state accorciate le ore di lezione settimanali in tutti i cicli scolastici. Che i programmi che guidano la nostra azione didattica sono sempre gli stessi, ma che abbiamo ore in meno alla settimana per svolgerli. Vorremmo tutti sapessero che la scuola primaria ha perso le ore preziose in cui svolgeva gite, laboratori, attività formative e di recupero importantissime per l’educazione dei bambini. E che allo stesso tempo nelle classi aumentano i casi difficili e gli alunni con difficoltà d’apprendimento. Vorremmo tutti sapessero che ci chiediamo ogni giorno quanti bambini perderemo per strada.
Vorremmo tutti sapessero che i bambini disabili hanno mediamente un insegnante di sostegno per 6/8 ore alla settimana su 27, 30, 40 ore di scuola. Che nel 2010 ci è voluta una sentenza della Corte Costituzionale per costringere il Ministero dell’Istruzione, che aveva messo un tetto alle assunzioni degli insegnanti di sostegno, a tornare sui suoi passi.
Vorremmo tutti sapessero che non è vero che non sono stati decurtati gli stipendi agli insegnanti. Il Governo ha invece bloccato per legge il rinnovo del nostro contratto per tre anni. Ha bloccato gli scatti di anzianità, unico meccanismo di progressione del nostro stipendio, e solo dopo molte proteste, ha promesso di reintegrarli, stanziando però soldi certi soltanto per il 2010. E vorremmo si sapesse che per farlo, il Ministero dell’Istruzione ha usato gran parte dei famosi risparmi ottenuti dai tagli, dopo aver promesso che quei risparmi sarebbero andati a premiare “gli insegnanti meritevoli”.
Vorremmo tutti sapessero che non è vero che i premi stanno per arrivare. Il Ministero regalerà una cifra una tantum all’esiguo numero di insegnanti che lavorano nelle scuole che si sottoporranno alla sperimentazione sulla valutazione. Soldi per tutti non ci sono.
Che tale sperimentazione è partita solo in 35 scuole, perché la stragrande maggioranza degli Istituti ha rifiutato un progetto valutativo superficiale e inadeguato, nato senza ascoltare la voce di chi di scuola si occupa ogni giorno.
Vorremmo tutti sapessero che la legge Brunetta prevede che ogni scuola debba individuare un 25% di insegnanti “bravissimi” a cui destinare il 50% delle risorse destinate al merito. Un 50% di insegnanti “bravi” a cui destinare il restante 50% di risorse. E un 25% di insegnanti “scarsi” ai quali non andrà nulla. E se in quella scuola i “bravi” fossero di più? O gli “scarsi” di meno? E’ serio un progetto che impone a priori un contingente fisso da premiare?
Noi insegnanti sappiamo benissimo, perché viviamo ogni giorno la drammatica realtà scolastica, che le cose non stanno così come il ministro le rappresenta, piegando dati, alle sue esigenze propagandistiche.
Paola Pozza, maestra




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