L'oltraggio all'educazione

30/09/2011 Può sembrare un paradosso, ma niente è più utile di un freddo e asettico Codice per capire come cambia un Paese: le leggi si piegano seguendo la sensibilità che il tempo, la cultura, gli usi e i costumi modificano in continuazione. Ciò che 50 anni fa era sconveniente, offensivo, osceno, oggi è sostanzialmente irrilevante: basti pensare alla moda. Ma è nel Codice civile e penale, nelle sentenze della Cassazione che si toccano con mano i tempi che cambiano. A cominciare, manco a dirlo, dalle parolacce. Dare del «buffone» a una persona, o della «capra», non rappresenta più un oltraggio. Le spiegazioni dei giudici sono dotte e ponderate, e risentono della diversa sensibilità presente oggi nei tribunali rispetto al tempo in cui bastava molto meno per rivolgersi non tanto alla magistratura, quanto ai padrini per lavare l’offesa con un duello. Certo, piuttosto che infilzarsi per un insulto è preferibile il lassismo dei giorni d’oggi. Ma se è vero che da questo punto di vista qualche passo avanti è stato fatto, è anche vero che l’unica, vera regola che metterebbe fine alla questione non è stata ancora applicata: ed è la regola dell’educazione. Quella che consente a chiunque di esprimere la propria opinione e il proprio giudizio nei confronti di un’altra persona anche con accenti severi, ma senza usare epiteti che non aggiungono nulla. Semmai, tolgono credibilità a chi li pronuncia. Sarebbe così facile...

Amici per la tappa

26/04/2013 L’accesso universale a internet ci ha fatto precipitare nel far west. Può sembrare un paradosso, ma questi tumultuosi primi anni del secolo dal punto di vista sociale hanno molte cose in comune con gli anni della corsa all’Ovest sulle sterminate e all’epoca deserte praterie americane. Praterie dove le regole venivano fatte “sul momento“, dove chiunque possedeva un’arma spesso senza nemmeno sapere come e quando usarla. Con internet, è così. Tutti sono in grado di scrivere e postare qualunque messaggio, senza stare lì a pensare quali conseguenze e responsabilità ciò comporta. La parola scritta è un’arma, e noi giornalisti sappiamo bene ciò che questo comporta; la grande maggioranza delle persone, però, non lo sa o non se ne rende conto. E non è certo colpa loro: semplicemente, hanno a disposizione un’arma e la usano. Con risultati a volte sconcertanti: basta fare una capatina sul sito web del Giornale di Vicenza per leggere alcuni commenti agli articoli dal tono e dal contenuto improponibile in un normale dialogo tra persone senzienti. E figuriamoci che il peggio viene perfino censurato. Questo accade perché molti credono che sia sufficiente impugnare un’arma per saperla usare; che basti picchiare su una tastiera per saper scrivere. Senza regole, senza limiti. Salvo poi ritrovarsi nei guai giudiziari, o rovinati a vita perché sul proprio profilo facebook o su quello altrui si scrivono cose di cui - con il senno di poi - vergognarsi. Ma non disperiamo: dal far west è sorta una grande civiltà. Basta far maturare le coscienze. E aspettare che le armi vengano riposte nei cassetti.

Sosia di se stessi

29/07/2011 Gli scherzi del destino cambiano la vita: altrimenti, che scherzi sarebbero? Ma non è necessario essere protagonisti, basta somigliare a chi protagonista lo è davvero. La storia della ragazza vicentina che si è scoperta sosia della pop star Lady Gaga è illuminante. Essere “qualcuno“ senza esserlo: un gioco di parole dietro il quale si cela l’involontario raddoppio di personalità di chi si ritrova nei panni di un altro solo in virtù delle coincidenze fisiche. A volte è piacevole, a volte può essere fastidioso: dipende da chi è il protagonista “originale“. Oppure dipende dalla reale volontà del sosia di essere a sua volta protagonista. Chi non ama le luci della ribalta, ad esempio, può trovarsi in imbarazzo. Destino inverso è quello di chi invece ha fatto di tutto per diventare protagonista ed è riuscito ad esserlo per una breve, fortunata stagione. I Los Locos sono una coppia di cantanti vicentini che hanno conquistato la popolarità sul palcoscenico del Festivalbar: e con loro altri che in anni più o meno lontani sono stati lanciati dalla manifestazione che dal 2008 ha chiuso i battenti. Hanno ballato una sola estate. Ed è curioso scoprire cosa fanno adesso, con altri divenuti medici, politici, professionisti. Sosia di se stessi.

I Cavalieri del deserto

29/03/2013 Non ho nulla contro le agenzie matrimoniali. Se esistono, vuol dire che c’è un mercato: e se c’è un mercato, c’è un bisogno. Ma il notevole incremento dei portali che sul web mettono in contatto le persone attraverso l’intermediazione di agenzie mi lascia perplesso. Si dirà: è un normale adeguamento tecnologico per stare al passo con i tempi. Può darsi. Ma che tempi sono, questi, se un incontro deve essere “combinato“ da un apparecchio digitale? L’intermediazione “umana“, almeno, aveva il pregio di costringere chi cercava un amico o un’amica ad uscire per andare all’agenzia matrimoniale: parlava con una persona in carne e ossa, si metteva in gioco e ci metteva la faccia (anche quando per motivi estetici sarebbe stato meglio evitare...). Ma insomma, c’era un minimo contatto visivo. I computer, i cellulari e i tablet avrebbero dovuto avvicinarci, rimpicciolire il mondo, annullare le distanze: invece ci hanno allontanati. Ho visto adolescenti ai tavolini di una gelateria o di una pizzeria smanettare con il cellulare ignorando la morosa o il moroso seduti di fronte. Anche perché a volte anche loro erano impegnati a spedire sms. Sia chiaro: non è che a quell’età noi fossimo poeti o maestri di eleganza e corteggiamento. E non sono nemmeno passati così tanti anni da poter dire che era “un altro mondo“.

La ricerca del bene comune

22/02/2013 C’è un’enorme diferenza tra i politici che hanno affollato la campagna elettorale e i ragazzi protagonisti di una delle storie che raccontiamo in questo numero di Cats. I primi vivono per vincere, i secondi per partecipare. Si dirà: è facile per questi ultimi, perché lo spirito olimpico richiede proprio questa attitudine. Vero: ma provate voi a non demoralizzarvi dopo due anni ininterrotti di sconfitte. Mai una vittoria, mai un successo. Invece i ragazzi della pallamano di Caldogno - felici e perdenti - non si piegano. Si allenano, si impegnano e continuano con entusiasmo. Davvero è troppo chiedere che i politici siano più interessati a “partecipare“ che a vincere? Crediamo di no. Crediamo sia questa la prima riforma della politica da fare al più presto: riscoprire il gusto e il valore della partecipazione fine a se stessa. Che non significa non provare a convincere il maggior numero di persone della bontà delle proprie idee: significa che la politica non si ferma alla campagna elettorale e al giorno delle elezioni, e sia i vincitori che i vinti devono essere consapevoli di dover contribuire insieme al bene comune. Vincere non significa essere superiori e padroni, perdere non significa odiare chi ti ha battuto. La cosa più importante è l’impegno disinteressato: vale più di qualsiasi vittoria.

La coerenza rende unici

24/06/2011 «È una filosofia di vita»: una definizione che spesso viene utilizzata quando si vuole evidenziare un modo di essere eccentrico, fuori dagli schemi abituali. Ma quali sono, oggi, gli “schemi abituali”? Questo numero di Cats presenta una rassegna di “filosofie” che fanno pensare a quanto sia lontana dalla realtà l’idea di limitare gli stili di vita ai canoni scontati. Le tre giovani giocatrici professioniste di golf vicentine sono la punta di diamante di un movimento che fino a pochi anni fa non contemplava certo la possibilità di vivere e guadagnare inseguendo buche sul green. E Miki Biasion pilotava le auto da rally inseguendo titoli mondiali, oggi è al volante di camion che portano aiuti umanitari nelle missioni amazzoniche. E Gabriele Scotolati oggi come trent’anni prosegue e persegue la carriera di disegnatore e scrittore satirico, amato e odiato dai suoi bersagli. E Greta Zocca dopo essere diventata campionessa italiana di ciclismo non ha smesso di pedalare anche adesso che indossa la divisa da vigile urbano nella sua Piovene. Perché le filosofie di vita possono essere mille, ma solo la coerenza le rende uniche.

I segnali di una svolta

25/01/2013 Ci piace iniziare il primo numero del 2013 di Cats con una frase di una giovane designer vicentina che troverete in queste pagine: «La parola “crisi“ non è annoverata nel mio vocabolario». Non è un atteggiamento di chi si aggrappa alla speranza: è un atteggiamento di chi dimostra sicurezza, convinzione nei propri mezzi, ottimismo della ragione. È l’atteggiamento che ci piacerebbe rivedere in tutti gli italiani, depressi e stremati non tanto dalla crisi quanto dalla sensazione che questa non debba avere mai fine. Invece i segnali di una svolta ci sono. Certo, ce ne sarebbero molti di più se non dovessimo fare i conti con ostacoli che in un Paese moderno non dovrebbero nemmeno essere contemplati. La periodica “epidemia“ di bollette pazze, per esempio, ha raggiunto picchi di comicità: ma non fa più tanto ridere. Il vicentino che per un euro non corrisposto ha dovuto pagare una multa di 8mila euro o l’altro che si è visto recapitare una ingiunzione di pagamento per il consumo domestico di acqua da oltre mezzo milione di euro sono vittime di un difetto congenito della burocrazia che neppure i computer sono riusciti a debellare: si chiama superficialità. Solo quando il sistema pubblico si renderà conto che il cittadino privato non è un suddito al suo servizio, semmmai è il contrario, si sarà fatto un passo avanti decisivo verso l’obbiettivo di diventare un Paese “normale“.

Crederci per provare

27/05/2011 È facile dire: «L’importante è essere giovani dentro». Un trentenne non riuscirà mai a fare ciò che faceva a 7 anni, e un sessantenne non correrà mai come un trentenne. Ma l’importante non è riuscirci: l’importante è provarci, e per provarci bisogna crederci. Allora sì che le lancette rallentano. La copertina di questo numero di Cats è dedicata a uno che “ci crede”, e si vede. Red Canzian, bassista della band musicale più longeva d’italia, quarant’anni di musica in sintonia con almeno tre generazioni di giovani. La gioventù non è necessariamente uno stato legato alla carta d’identità, ma a un modo di affrontare la vita: si può essere vecchi a trent’anni e reattivi a sessanta. È vero però che sarà sempre più difficile. Un tempo si pensava alla pensione solo quando si avvicinava il momento di raggiungere l’età prevista. Oggi, con i chiari di luna che perseguitano l’economia, milioni di lavoratori tra i 30 e i 50 anni sono di fronte a un dilemma: quando sarà il momento, l’assegno basterà o dovrà essere incrementato attraverso i mille prodotti previdenziali complementari? Ed è un pensiero che certo non ti ringiovanisce.

La scommessa dell’ottimismo

27/12/2012 Non vedo l’ora che passi questo 21 dicembre. Mica per altro: sono curioso di vedere quale altro tormentone inventeranno i sacerdoti dell’informazione virale del Web (ripreso giocoforza anche dai media tradizionali, dal momento che i tormentoni diventano oggetto di discussione e nessuno può permettersi di rimanere tagliato fuori). Il 21 dicembre 2012, ce lo hanno ripetuto fino alla nausea, sarà l’ultimo giorno del mondo così come lo conosciamo: lo ha garantito una profezia Maya, o almeno l’interpretazione che qualche illuminato ha dato di segni e scritti lasciati dai progenitori dei messicani. Non vedo l’ora che passi: non per fare una pernacchia solenne ai fulminati che con sprezzo del ridicolo si sono preparati all’evento accumulando cibarie o cercando rifugio sulle montagne, quanto per vedere se è vero ciò che afferma un’altra interpretazione delle previsioni Maya. E cioè che il mondo così come l’abbiamo conosciuto finirà sì, ma nel senso che da oggi in poi sarà migliore. Cominceremo a smettere di uccidere, rovinare l’ambiente, rubare, ignorare i deboli, odiare, umiliare. Invertiremo il declino dell’umanità. Sono consapevole che tra le due previsioni, quella pessimista ha più possibilità di realizzarsi. Ma io insisto a voler essere ottimista. Tanto, se mi sbaglio domani non ci sarà nessuno a rinfacciarmelo.

Il prezzo da pagare

27/04/2011 Non sono pochi coloro i quali danno della legge sulla privacy un’interpretazione del tutto... privata. In poche parole, credono che nessuno possa parlare di loro se non espressamente da essi stessi autorizzato. Non è così, ma è difficile spiegarlo a chi non fa nemmeno la fatica di informarsi. In realtà la legge sulla privacy non nasce all’insegna del «faccio quel che voglio e nessuno può metterci il becco»: l’obbiettivo principale è quello di proteggere la sfera privata di ciascuno di noi dall’utilizzo dei nostri dati personali da parte di chi non ha titolo per sfruttarli a proprio fine. Ma è una battaglia impari: la legge alza un muro, e attraverso una smagliatura passa di tutto. Le banche dati di aziende pubbliche e private sono in grado di dipingere un nostro ritratto fedele anche senza averci mai visto: e di questo ne approfittano società specializzate che utilizzano il telefono a fini di commercio. Passiamo inconsapevolmente ogni giorno sotto decine di telecamere, e la traccia del nostro telefonino consente di sapere dove siamo in ogni istante. Siamo vittime della nostra comodità e del nostro bisogno di sicurezza. È un prezzo che quasi nessuno sa di dover pagare.

La forza della volontà

23/03/2011 Dobbiamo credere ai Maya? Nata come oggetto di discussione davanti a un caffè, la profezia millenaria dell’antico popolo centramericano conquista adepti ogni giorno di più. C’è chi comincia a prendere in considerazione la possibilità che il 2012 sia l’ultimo anno dell’umanità. Segnali inquietanti non mancano: terremoti e maremoti, rivoluzioni a catena, clima impazzito, centrali nucleari che si sciolgono e minacciano di fondere la terra. L’aria che tira, insomma, non è delle migliori. Basta per arrendersi al fato? Tom Perry, l’alpinista vicentino che a piedi nudi sale su vette impossibili, ha attraversato nel corso della sua ultima impresa le terre dei Maya: lì ha incontrato uno sciamano che non si è scomposto di fronte a un europeo scalzo. E si è fatto raccontare cosa vede nei segni della terra. Ma le profezie più nefaste non hanno fatto breccia: d’altra parte è difficile convincere che la strada è segnata, uno che scala le montagne a piedi nudi. Più facile credere che siamo semplicemente padroni del nostro destino, e la forza di volontà è più forte di molti ostacoli.

Le prospettive dei giovani

30/11/2012 Un vecchio adagio dice che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. Trasferito al giornalismo, è un concetto che porta i media ad occuparsi più delle cose che "fanno rumore" di quelle che accadono in regolare silenzio. Così quando parliamo di giovani sulle pagine di cronaca di solito lo facciamo sotto un punto di vista "negativo": i giovani che bevono, i giovani senza idee, i giovani bulli, i giovani disadattati, i giovani violenti, i giovani senza valori. Sia chiaro: i problemi ci sono, basta leggere in questo numero di Cats l’articolo sul consumo di alcol tra i minori. Ma a forza di evidenziare ciò che non funziona, rischiamo di farci l’idea che stia avanzando una generazione sbandata. Non è così. La stragrande maggioranza dei giovani - oggi più di ieri - ha la testa sulle spalle, studia, lavora, si impegna, è matura come e più delle generazioni precedenti a pari età. E questo nonostante i ventenni di oggi non abbiano davanti a loro scenari di ottimismo ampi come in passato, anzi: non sanno se, dove e quando riusciranno a inventarsi un lavoro, a crearsi una strada, una famiglia. Nel frattempo, però, vivono. É per questo che nello stesso numero di Cats abbiamo voluto raccontare anche la storia di uno dei venti ragazzi vicentini che hanno trascorso un mese in una missione in Amazzonia, in Congo, in Mozambico. Un modo diverso di "vedere il mondo".

Cerniere d'Italia

26/10/2012 Quand’ero piccolo la montagna mi incuteva timore. Per la sua imponenza, certo, ma anche perché la vedevo come una nemica. La montagna - lo avevo saputo dai racconti in famiglia - si era presa quel mio cugino la cui fotografia in bianco e nero mi guardava da sopra una libreria. Si chiamava Giusto Gervasutti, lo chiamavano “il Fortissimo“ ed è stato uno dei più grandi alpinisti italiani di tutti i tempi: cadde sul Monte Bianco, anni prima che io nascessi, tradito da una scarica di pietre. Solo dopo l’adolescenza ho superato la diffidenza e ho imparato a non vedere le salite come un ostacolo; a capire che la montagna è un’amica, e in quanto tale va rispettata. Piccoli valori semplici, come quest’altro: «Le montagne non sono barriere, ma cerniere». Da 150 anni è il Club Alpino Italiano a farsi portavoce di questi concetti, e ad accompagnare al traguardo di questo secolo e mezzo la prima associazione nazionale dell’Italia unita è un bassanese, Umberto Martini. L’attuale presidente del Cai presenta ai lettori di Cats il programma dei festeggiamenti ai quali sono chiamati i 16mila soci vicentini (sono 320mila gli iscritti in tutta Italia). Sono tanti, e crescono ogni anno perché la montagna è di tutti: dei grandi scalatori come Giusto e dei timorosi passeggiatori come il sottoscritto.

Imperfetti e felici

24/02/2011 Che cos’è la perfezione? È il rispetto di un canone estetico, in base al quale ad esempio una modella deve pesare come un grissino e deve avere le gambe lunghe come quelle di una giraffa. Questo mese la storia di copertina ci dimostra che non sempre è vero, anzi. I canoni cambiano come le mode: ecco quindi che la perfezione diventa soggettiva, per fortuna. Basta con le omologazioni, basta con i replicanti tutti uguali, che alla fine da perfetti diventano insopportabilmente “perfettini”. Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace: è un mantra nient’affatto consolatorio, quanto piuttosto un concetto che può infondere fiducia in ciascuno di noi imperfetti. L’importante è essere consapevoli delle proprie qualità; che, nel caso della nostra “modella tascabile”, sono di tutta evidenza. Meno evidenti, per ovvii motivi, sono le tracce lasciate a Vicenza da fantasmi e spiriti che pure popolano miti e leggende di queste terre. La torre del Tormento ospitava le antiche prigioni, ed ora è destinata a diventare un bar alla moda. Dal dramma alla festa: perfetto.

Uno su mille e gli altri 999

07/02/2011 Gianni Grazioli è un giornalista che ha saltato la barricata: non scrive più notizie, ma ne è protagonista. Sono trascorsi anni dal giorno in cui decise di lasciare le redazioni vicentine per seguire l’inventore del sindacato dei calciatori italiani, l’avvocato bassanese ed ex goleador biancorosso Sergio Campana. Oggi è il direttore dell’Associazione che rappresenta tutti gli atleti che calcano i campi di calcio professionistici. E si destreggia tra contratti milionari e minacce di sciopero che suscitano polemiche e cattivi pensieri: poi, quando ti racconta di ragazzi di trent’anni che non percepiscono stipendi da mesi e non hanno prospettive per il futuro, capisci che non è tutto oro quel che luccica nella vetrina del pallone. E giocare significa anche “mettersi in gioco”, con tutti i rischi che ne conseguono. Uno su mille ce la fa, cantava Gianni Morandi: agli altri 999 ci deve pensare lui, il Gianni vicentino.

Una scommessa
fatta ad arte

28/09/2012 Chiudete gli occhi e immaginate di andare allo stadio per una partita speciale, diciamo pure il match dei match. Immaginate di veder schierati in campo i più grandi calciatori di tutti i tempi. Pelè, Maradona, Platini, Cruijf, Beckenbauer, Garrincha, Meazza, Zidane, Van Basten, Baggio: dribbling, piroette, colpi di tacco, assist, rovesciate, colpi di testa. Forse non avrete la fortuna di vedere in diretta il gol più bello della storia, ma davanti ai vostri occhi danzeranno i piedi più preziosi di sempre. Quello che nel calcio non sarà mai possibile, può invece essere messo in scena nei territori dell’arte. E allora immaginate che lo stadio sia la Basilica palladiana, mezzo millennio di storia rinfrescata da un colossale restauro durato cinque anni e costato più di 20 milioni di euro. Immaginate che il campo sia il salone dove un tempo si riuniva il Consiglio dei Quattrocento, l’antico parlamento dei vicentini. E immaginate di fare visita, in una dimensione sospesa tra tempo e spazio, ai capolavori dei giganti della storia dell’arte: Raffaello, Botticelli, Caravaggio, Velàzquez, Monet, Renoir, Van Gogh, Gaugin, Picasso. “Immagina, puoi”, per dirla con il George Clooney del celebre spot. Anche perché lo sforzo di immaginazione durerà ancora pochi giorni: dal 6 ottobre il dream team dei pennelli sarà sotto gli occhi di migliaia di visitatori, incarnato nella mostra “Raffaello verso Picasso - Storie di sguardi, volti e figure”, debutto assoluto di Vicenza nel circuito delle grandi esposizioni. Il sacrilego e irriguardoso paragone tra pallone e arte non è nulla più di un metro per misurare la portata di un evento che all’inizio di settembre aveva già messo in fila 65 mila prenotazioni, con il ritmo di oltre mille prenotazioni al giorno, numero record in tempi di vacche magre anche per città abituate a ospitare mostre da 200 mila visitatori.

Un Paese
per giovani

31/07/2012 Non sarebbe necessariamente un male se l’Italia fosse «un Paese per vecchi»: la vecchiaia non è una malattia, e l’esperienza è una dote molto utile se messa a disposizione di tutti. Anzi, se davvero fossimo un «Paese per vecchi» vorrebbe dire che avremmo raggiunto uno stadio di civiltà elevatissimo, perché avremmo realizzato tutto il possibile per far godere al meglio la “terza età”. In realtà non è così: l’Italia non è un Paese “per” vecchi, ma è un Paese “di” vecchi. E questo può essere un male, se i vecchi non accettano il fatto che ogni stagione ha e dà i suoi frutti. E siccome tutti viviamo nella speranza e nell’attesa che i frutti della prossima stagione siano migliori di quella passata, dobbiamo guardare ai giovani con ottimismo. Un ottimismo supportato da buone dosi di ragione se ci basiamo sulla quattordicenne di Solagna che ha già pubblicato due libri, parla quattro lingue ed è appassionata di antropologia ed egittologia. È scontato che abbia terminato le scuole medie con un 10 e lode: ma è solo la punta di una generazione che avanza e che, vogliamo sperare, avrà lo spazio che merita. Nell’interesse di tutti.

Se l'ottimismo non è di maniera

12/01/2011 Babbo Natale esiste, non facciamo scherzi. E non serve andare fin oltre il circolo polare artico per incontrarlo: basta arrivare fino a Stoccareddo, e incontrare un ceppo familiare che porta con sè la magia dell’elisir di lunga vita. I Baù da tempo sono studiati per la loro longevità, e se è vero che portano doni solamente ai loro nipotini, è altrettanto vero che possono regalare a tutti noi una sana ventata di ottimismo. Ce n’è bisogno, alla fine di un anno quantomai difficile, con la crisi economica che ha raggiunto il suo culmine (e a quanto pare - finalmente - lo ha superato). Per non farsi mancare nulla, i vicentini si sono poi ritrovati alluvionati. Ma in poche settimane si sono rimessi in piedi, hanno spazzato via il fango e ricominciato a correre. Prendiamolo come un segno, e un augurio: che l’acqua sporca se ne sia andata via portando con sè tutte le cose brutte che ciascuno ha vissuto. E che sul 2011 splenda il sole.

Eimuntas Nekrosius,
l’Olimpico è un Paradiso

29/06/2012 Quattro passi in Paradiso. Silenziosi, meditati, misurati. Eimuntas Nekrosius ha sessant’anni e la capacità di avvicinarsi alla bellezza con lo stupore di un bambino: quando mette piede per la prima volta al teatro Olimpico, fuori è una tetra giornata di metà gennaio. Dentro, in questo luogo che con Vicenza ora aspira a divenire “teatro del mondo”, c’è una luce. La Luce. Quella che servirà al regista lituano di Raseiniai a trasferire qui, proprio qui nel tempio palladiano, il Paradiso di Dante. E non servirà aggiungere molto di più alla bellezza straripante del primo teatro al coperto al mondo, lascia capire qualche mese dopo a Roma durante la presentazione del 65° ciclo di spettacoli classici all’Olimpico, per portare davanti alla prospettiva della scenografia lignea un angolo di Paradiso. Il “suo” Paradiso, quello che con aria sorniona dice di non riuscire ancora ad immaginarsi ma che assai probabilmente ha già ben chiaro da tempo: dal giorno in cui per l’appunto mise piede per la prima volta nella fabbrica rinascimentale. Risale peraltro proprio a quel giorno, era il 12 gennaio di quest’anno, la folgorazione: «A parte la bellezza e il patrimonio storico - parole e musica del nuovo direttore artistico del Ciclo di spettacoli classici -, il primo dettaglio che mi ha ispirato entrando nell’antico Teatro Olimpico è il titolo, posto sul pannello centrale del proscenio: Hoc Opus hic Labor Est, Qui è la fatica, qui è la difficoltà. Uno dei significati di questa frase rimanda all’Eneide di Virgilio e descrive il facile ingresso di Enea nell’Ade e la grande difficoltà nell’uscirne. Il ritorno dalla non-esistenza all’esistenza è molto difficile da trattare. Come lo sono i temi della caduta e della resurrezione. Vedo molte analogie tra il teatro classico e quello contemporaneo, e questo titolo può essere letto come il difficile viaggio dalla dimensione terrena a quella celeste, dall’afferrabile all’inafferrabile. Questo dovrebbe essere un credo per tutte le produzioni, i laboratori e le attività del Festival di teatro classico all’Olimpico. Prima di tutto le idee e le risposte a questi temi mi portano al Paradiso della Divina commedia di Dante. Nel passaggio dalle parti più facilmente realizzabili come l’Inferno e il Purgatorio (presentati di recente a Brindisi e Modena, ndr), ho trovato che quest’ultima sia la più difficile di tutta l’opera dantesca. Il Paradiso infatti, pur essendo la parte più facilmente accessibile, è anche la più sconosciuta. Come ricevere un dono di cui non si ha bisogno, come un’aspirazione a qualcos’altro. E’ la parte più difficile dell’esistenza e non-esistenza. Il Paradiso che porterò in Olimpico dal 21 settembre sarà davvero il compito più complesso. È un riflesso della perfezione, e la via che conduce alla perfezione non è dritta, è molto ardua. Il compito dell’uomo di superare la gravità e raggiungere più elevati modi di esistere...».

Una prova di forza

29/11/2010 Tra vent’anni ricorderemo il novembre 2010 per l’acqua che ha invaso le città e i paesi, per i fiumi che hanno rotto gli argini, per le ferite e i lutti che un’alluvione storica ha portato con sè. Ma lo ricorderemo anche per un’altra, straordinaria prova di coesione sociale, di solidarietà, di capacità di risalire la china dimostrata dalle genti vicentine. L’Italia si è accorta in ritardo della tragedia che ha colpito queste terre, e quando si è degnata di venire a vedere quel che è successo, ha trovato le strade già sgomberate dalle macerie, le cantine svuotate dall’acqua, gente che aveva subito ricominciato a costruire. É l’eredità culturale, storica, morale che viene trasmessa da padre in figlio, da madre in figlia. Le donne, in situazioni come queste, sono le più reattive. Donne che sanno affrontare l’avventura, non solo per divertimento. Donne che non hanno bisogno di aiuti per mostrare i muscoli, perché la natura le ha fatte già forti dentro. E non sarà un’alluvione a cambiarle. Per fortuna.