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28/02/2010
Quanti tesori nascosti, dimenticati, ci sono ancora in questo nostro Veneto? Non necessariamente reperti archeologici o pezzi d’oro: il più delle volte si tratta di cose che sono sotto i nostri occhi, ma distratti dal lavoro e dal tempo non ce ne accorgiamo. E sono occasioni perse. Il nostro Claudio Tessarolo ne ha trovata una a Valdagno. Molti ne conoscono l’esistenza, ma pochi sanno che è lì che si trova il più grande teatro del Veneto. Abbandonato. Figlio di un’epoca in cui il palcoscenico era l’unico luogo dove l’arte e lo spettacolo erano a portata di tutti, prima che la televisione azzerasse le distanze e appiattisse i sentimenti. Siamo entrati oltre quelle mura dimenticate, provando a immaginare cosa potrebbe significare riaccendere quelle luci, lucidare quelle tavole, spolverare quelle poltrone. E ridare vita a un sogno. Qualche idea, in proposito, c’è. In fondo, basterebbe un po’ di coraggio (oltre ai soliti, benedetti soldi). Quel teatro è in realtà un simbolo, è la fotografia di una terra cresciuta a strati: che ha definito il proprio sviluppo aggiungendo pietra su pietra, tetto su tetto, dimenticando in fretta ciò che già aveva a disposizione. Non sempre la ricchezza è ciò che si desidera avere: è anche ciò che si ha già. In un’epoca nella quale lo spazio diventa sempre più importante, il teatro dimenticato di Valdagno suggerisce una riflessione alla nostra “generazione dei capannoni”: pianificare il territorio non significa solo definire quattro linee su un piano regolatore. Significa avere ben chiaro cosa siamo stati, cosa abbiamo a disposizione e cosa vogliamo lasciare ai nostri nipoti. Di sicuro, non un rudere inutile.
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30/01/2010
Una previsione facile: tra qualche giorno sarà bello sentirsi italiani. Un motivo di orgoglio essere accomunati dall’azzurro delle maglie dei nostri atleti, poter tifare per loro; vivere, sia pure davanti al televisore, le emozioni intense che le gare olimpiche fanno scaturire. Sono l’unico evento capace, sia pure per un lasso di tempo relativo, di conciliare il mondo con se stesso. Càpita ogni quattro anni, e di solito se l’azzurro diventa il colore dominante dei nostri discorsi è merito di ragazzoni che sembrano invisibili durante il lungo letargo della memoria: Enrico Fabris è uno di questi. Nell’ultima edizione dei Giochi invernali, a Torino, è stato il protagonista principe, il mattatore, catturando l’attenzione del mondo con due medaglie d’oro e una di bronzo. Un trionfo tutto italiano, mai visto sui pattini. Quattro anni dopo, Enrico non è cambiato. E per questo ci farà ancora sognare. Abituato a scivolare via sul ghiaccio, concentrato in una falcata dopo l’altra, il nostro campione olimpico non si cura della scarsa attenzione che i media del Belpaese riservano tra un’Olimpiade e l’altra a discipline come il pattinaggio. In certi casi, può essere un vantaggio: ti permette di preparare la “gara della vita” senza eccessiva pressione, senza alimentare attese snervanti. Ma adesso siamo lì, a un passo dall’ora decisiva, e gli occhi ballano tra Roana e Vancouver. Nove ore di distanza annullate dal sostegno che Enrico sa di avere alle spalle: lo spingono milioni di italiani e - con più foga - i lettori di Cats che nelle prossime pagine potranno leggere le sue attese per questo appuntamento con la storia. Anche la corsa del mensile del Giornale di Vicenza è in continua accelerazione. A un anno dalla partenza si è confermato un “valore aggiunto” al quotidiano grazie agli approfondimenti, alle storie, alle inchieste che vanno oltre l’attualità di giornata. Fatti gravi o storie leggere, come l’attenzione rivolta in questo numero al fenomeno sempre inquietante e a volte sottovalutato dello stalking, o il curioso racconto dell’origine della meringa bassanese. E da questo numero, Cats comincia ad aggiornarsi con piccoli ma significativi adeguamenti: a cominciare dalla grafica, per agevolare il lettore nella ricerca delle pagine e nello sfoglio degli articoli. Piccoli passi, felpati come quelli di un gatto di razza.
Buona lettura.
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30/12/2009
Questione di poche ore, ormai. E anche un 2009, acciaccato, pallido, traballante, ci volterà le spalle. Per sempre. Ed è facile, dando una pur rapida occhiata a quanto è successo (o non è successo) nel nostro malmesso pianeta, che sia un addio con scarsi rimpianti. Si volta pagina, come sempre e si guarda avanti. Per fortuna, viene spontaneo esclamare. Ma è giusto che ognuno tragga da sè i bilanci sui dodici mesi in procinto di scadere. La storia dell’umanità è un fiume composto da tanti rivoli; e ogni singolo individuo rappresenta una componente vitale e soprattutto unica del tutto. Guai privarla della sua peculiare specificità. E del diritto di esercitare il libero esercizio, volenti o nolenti che siamo, più che opportuno, se non indispensabile ad ogni scadere d’anno, di un sano esame di coscienza. E’ uno spazio irrinunciabile. Non calpestabile. Detto questo, a scrutarlo con l’ansia che ci ritroviamo addosso, tipica di chi confida in un futuro migliore come un assetato nel deserto aspira all’acqua, l’orizzonte che in lontananza si profila è di una tonalità ancora opaca. E’ vero, ma non del tutto. Perché a colorare le pareti della nostra esistenza infatti, provvedono, da sempre, le idee. “Strumenti” capaci di squarciare la grigia mediocrità nella quale spesso colpevolmente ci avvolgiamo, di illuminare con la forza di una saetta senza soluzione di continuità il grigiore che precede la perdita della speranza, il sentimento senza il quale l’uomo smarrisce non soltanto il contatto con se stesso ma anche col resto del mondo. La speranza è un sogno fatto da svegli, sosteneva Aristotele. Provare per credere. Così il 2009 che se ne va ci lascia un grande sogno, frutto di una grande idea: Venezia città olimpica. Perché no? Ecco, la proposta di portare i cinque cerchi in laguna (ma non solo), ha rischiarato questo fine anno dando una benefica scossa ad una regione che verso se stessa ha un obbligo morale al quale non può rinunciare: pensare in grande. Puntare alle Olimpiadi è certo una bella sfida, che però, ha determinato da subito una adesione trasversale e una compattezza istituzionale come in poche altre occasioni. Perché è con le idee che si alimentano gli ideali e gli ideali sono garanzia di futuro. Aprono il cuore, stimolano la mente. Ma è importante anche che ognuno cerchi per sè una grande idea, coltivi un progetto, un sogno. E’ questo il vero segreto anche per fermare il tempo: valorizzarlo senza farcelo scorrere addosso inutilmente. Nemo tibi reddet quod tempus perdideris, nessuno ti restituirà il tempo perso, ammoniva infatti Seneca. Allora viviamolo senza paura, il nostro tempo, la nostra vita. E buon 2010 a tutti da Cats.
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30/11/2009
Se con il termine “ambiente”, si intende definire tutto ciò con cui ognuno di noi è in relazione, allora la parola paesaggio non può che rappresentare l’aspetto visibile di un ambiente. Insomma, un invito a guardarci attorno. Lo facciamo, di certo, ma spesso e volentieri ad occhi chiusi. Siamo distratti da mille cose, da svariati pensieri, da preoccupazioni e talvolta paure. L’uomo moderno sa essere di una fragilità disarmante, in certi frangenti, basta che sicurezze date per scontate , anche le più banali, vengano meno. La nostra vita è impostata sul concetto di fiducia, ma non lo sappiamo. Fiducia illimitata che tutto funzioni, che tutto proceda come da programma. Gli imprevisti ci mettono in crisi, mettono a nudo i nostri limiti. Non è così per tutti, ovvio; diciamo che in altre parti del mondo dove l’insicurezza e l’imprevisto sono la regola, più di tanto la gente non si scompone. Ma questa è un’altra storia. Noi siamo figli dell’ambiente nel quale viviamo; certo, come qualsiasi altro essere umano. Lo conosciamo questo ambiente? e il paesaggio che lo contiene, ci fermiamo a scrutarlo? E’ una fortuna, in questo periodo, alzare gli occhi e scorgere le cime già innevate che delimitano la pianura. E’ un paesaggio che sa di poesia, la montagna d’inverno può piacere o non piacere, tuttavia le giornate di sole soprattutto regalano la consapevolezza che il paesaggio è elemento prezioso di una natura che sa come attirare l’attenzione. Le Piccole Dolomiti, ad esempio, sono sculture che chiunque le abbia realizzate, lasciano partire un tracciante che gratifica gli occhi per toccare l’anima. Poi c’è l’ambiente, nel quale la mano dell’uomo è facilmente individuabile, ci ha messo del suo, indiscutibilmente. E cominciano i dolori. La filosofia della difesa dell’ambiente (troppo spesso deturpato se non addirittura devastato), è diventata negli anni, addirittura e giustamente, una sorta di religione. Ormai, chiunque abbia senso critico e coscienza sensibile, se ne è reso conto: senza rispetto per l’ambiente, il futuro dell’uomo appassisce, anche più rapidamente di quanto non si creda. E allora, di fronte ad un paesaggio ingiallito e rattrappito, non resterebbe che concordare con Italo Svevo, che considerava la vita alla stregua di una malattia. Con esiti mortali, naturalmente. Non è così, ma ognuno si deve impegnare in una battaglia di salvaguardia necessaria per noi ma soprattutto per i nostri figli. Torniamo ad abituarci a guardare il paesaggio dell’ambiente che ci circonda. Forse noteremo prima che sia troppo tardi, qualcosa che non va. Utopia? Non credo, è sufficiente che ognuno tenga controllato il proprio spicchio di ambiente di vita, perché così anche il paesaggio diventa responsabilità di tutti. Guardiamoci attorno, e gustiamo le cose belle che ancora fortunatamente ci sono, come le Piccole Dolomiti, ad esempio. Sgranare gli occhi, allarga anche gli orizzonti dell’anima.
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30/10/2009
È curioso osservare l’evoluzione di espressioni “storiche” di malcostume. Di recente è tornata alla ribalta delle cronache una frase resa celebre soprattutto dalla geniale comicità di Totò: “lei non sa chi sono io”. Viene da sorridere e sembra impossibile, ma periodicamente torna di moda. Prima erano i potenti, quelli veri o più frequentemente presunti, a sfoggiarla per intimidirlo col malcapitato subalterno di turno. Ora ad abusarne con urla, pianti isterici e minacce da gradassi, sono i nuovi V.I.P., confezionati e ricatapultati nella vita di tutti i giorni da reality e da troni vari in TV, seguiti a ruota da campioni del pallone e soubrette. In genere personaggi (quasi sempre) rigorosamente televisivi. Il piccolo schermo produce grandi mostri verrebbe subito da dire, se non fosse che, nel caso specifico, una tale dimostrazione di arroganza sfacciata e di sciocca presunzione, in altri termini di stupidità, nasconde ben altra verità. Dietro un atteggiamento prevaricatore di questo tipo, annidano infatti altri problemi, dei quali quasi mai è esente chi manifesta una concezione tanto spropositata e ingigantita di se stesso. Ecco, allora, la domanda che sorge spontanea è proprio questa: ma questi individui, sanno “esattamente” chi sono? Si sono mai guardati allo specchio per scoprire il vero colore della propria anima? C’è seriamente da dubitarne; viviamo in un contesto nel quale la crisi di identità è all’ordine del giorno e nel quale le certezze sono davvero poche, per non dire quasi nulle. La sfrontatezza che si nasconde dietro il “lei non sa chi sono io”, è deprimente e denuncia sicuramente gran poca consistenza di personalità. Del resto gli imbecilli sanno tutto, i sapienti invece sanno di non sapere, dicevano gli antichi. Voler a tutti i costi “contare” ed “essere qualcuno” usando tali odiose maniere, denuncia non soltanto maleducazione di base, ma una scarsissima considerazione di se stessi. Pascal lo sosteneva sempre: volete che gli altri parlino bene di voi? Voi non parlatene. Ma Pascal era un filosofo amante del pensiero profondo, la nostra invece è una società che adora l’apparenza ed è sempre alla spasmodica ricerca di visibilità. Però la domanda può avere una valenza tutt’altro che retorica se posta nella giusta maniera: sappiamo chi siamo? Ce lo siamo mai chiesti seriamente? Forse una piccola riflessione sull’argomento non sarebbe del tutto sprecata. Quante volte arriviamo in fondo alla giornata senza essere riusciti a dare un senso pieno al tempo che abbiamo appena vissuto? Bell’interrogativo. Consola però, sapere che ci sono esempi virtuosi di persone che non necessitano di titoli più o meno accademici, declamati ad ogni piede sospinto, per essere stimate e considerate. Esistono, ci sono, vivono con noi, accanto a noi. Soltanto che amano fare più che parlare e non si sbracciano certo sbattendo in faccia al prossimo un deprimente: “lei non sa chi sono io”. Pensiamoci un momento, fermiamoci e cerchiamo di fare mente locale. Se ci sforziamo a scoprire e individuare “personalità sane”, anche noi potremo diventare migliori, davvero sicuri di noi stessi. L’identità consapevole è una cosa seria, non facciamocela scippare dal primo che sbraita: “lei non sa chi sono io!”.
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30/09/2009
L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene", sosteneva Rousseau. Una visione pessimistica del mondo, ma non tanto lontana dalla realtà. In molte aree del pianeta infatti, la libertà individuale resta un bene sconosciuto. Ma anche povertà fame e indigenza rappresentano schiavitù che condizionano e limitano l'esistenza degli individui. Un problema enorme. Che magari non ci tocca direttametne, però è giusto e doveroso che ce ne ricordiamo. C'e' sempre chi sta peggio di noi e la cosa, se ci sforziamo di allargare gli orizzonti della nostra coscienza, non può lasciarci indifferenti, ci riguarda da vicino. Nessun uomo è un'isola. Che lo vogliamo oppure no, che ne siamo consapevoli o meno.
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30/08/2009
Non è uno spot televisivo, ma lo potrebbe essere. “Toglietemi tutto, ma non le mie vacanze...”. Gli italiani hanno un debole per l’estate sotto l’ombrellone, lo sanno tutti ormai, e non da oggi. Certo, il “momento congiunturale”, come amano dire gli esperti, non è dei migliori; pur tuttavia la situazione non è seria al punto da far rinunciare alle ferie, al mare, ai monti oppure in qualche località esotica, gli abitanti del Bel Paese. Diciamocelo, il periodo di permanenza lontano da casa si è accorciato, questione di portafogli, ma in ogni caso, come si fa a farne a meno? E poi quest’anno partiamo con il cuor un tantino alleggerito, senza vergognarci di quello che siamo: la stampa estera infatti, dopo tante secchiate di fango, ci ha lodati per il G8 abruzzese, e la cosa non guasta, anzi. Non è stato come aver vinto i mondiali di calcio, occasione sovrana per riscoprire la vena di sano patriottismo che tanto giova al nostro benessere collettivo, questo è vero; ma che l’appuntamento italiano dei grandi del mondo sia andato liscio e senza intoppi, rappresenta una iniezione di autostima di cui si ha sempre bisogno. Che vacanze siano, quindi; quanto meritate, ognuno lo decida in coscienza. Ma che almeno non siano inutili o vuote, etimologicamente parlando, è un augurio che coinvolge tutti. Ad esempio, facciamoci accompagnare dalle riflessioni che il Papa Benedetto XVI ha affidato alla sua ultima enciclica, “Caritas in veritate”, nella quale ha affermato che, “per una economia fondata sull’etica, sono necessari degli uomini retti”. Come a dire che, al di là di quanto decidano ( e realmente poi facciano) i G8, ognuno di noi è chiamato, da uomo retto, a dare il suo contributo per edificare un “mondo migliore”. Mettendo da parte, tanto per cominciare, il consumismo (fino a ieri, per effetto della crisi globale?) imperante, che mina anche i rapporti interpersonali in generale. Una sorta di “usa e getta” che coinvolge anche gli affetti. Un atto concreto? Non scordiamoci degli anziani che in estate, alla stregua dei cani, rischiano spesso di diventare un peso o un ingombro, come dir si voglia. Non c’è niente di peggio che trascurare le persone di una certa età, per accelerarne l’invecchiamento. Diversamente, mantenendo costanti con loro i rapporti relazionali e affettivi, si contribuisce enormemente a garantirgli la serenità di cui hanno bisogno. Senza dimenticare che un anziano è un patrimonio di esperienza e di memoria da rispettare, senza se e senza ma. L’attenzione e il dialogo lo tengono vivo, come le finestre fanno respirare le stanze di una casa inondandole di sole. Naturalmente, anche in vacanza.
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30/07/2009
L'essere umano a ben guardare è un abitudinario. La nostra esistenza è fatta di gesti ripetitivi: mangiare, dormire, bere. Siamo una straordinaria macchina programmata pera bitare sulla terra, ovviamente nell'arco di tempo che ci è concesso, grazie ad automatismi di vitale importanza. Respiriamo ad esempio, senza bisogno che il meccanismo per incamerare aria nei polmoni sia una scelta razionale. Semplicemente siamo abituati a farlo, senza pensarci.
