mercoledì, 23 maggio 2012

Tipi Vicentini

Tipi Vicentini

«Ho perso il piede e trovato l'arte»

Zoom
Benvenuto Franceschini

03/08/2011La folta e caratteristica barba rossa di un tempo non c'è più. Ma gli occhi azzurri brillano ancora, come quando all'età di dodici anni iniziò a seguire il padre Giacobbe nella cave da cui si estrae la celebre pietra di Vicenza. Benvenuto "Uto" Franceschini, classe 1930, ha speso una vita nelle viscere dei colli Berici, in quei luoghi comunemente noti come priare. Proprio là dove c'ha rimesso anche un piede, amputato da un grosso blocco di pietra. Costretto ad abbandonare il lavoro, Uto da allora si dedica completamente alla sua grande passione: la scultura. Come testimoniano le centinaia di statuette, per lo più in legno, che riempiono buona parte dello scantinato della sua casa a San Gottardo. È qui che Uto trascorre le sue giornate. Gli strumenti del mestiere, i ricordi di una gioventù mai dimenticata, un vecchio divano dove riposare e perché no, magari trovare l'ispirazione per un'altra opera. L'ennesima. Ma la storia di Uto, come detto, parte da molto più lontano.

Una famiglia di cavatori la sua.
Da oltre duecento anni e almeno quattro generazioni. Prima mio nonno e mio padre, poi io e mio fratello Italo e ora i miei due figli. Iniziai quando avevo dodici anni alla priara della Badia, a San Gottardo di Zovencedo, da dove si ricavava la cosiddetta "pietra bianca di San Gottardo". Allora si usava solo il picchetto a due punte per estrarre blocchi di circa due metri cubi l'uno, che venivano poi trasportati nei laboratori a valle su carri trainati da grossi buoi. Negli anni '60, invece, sono comparsi i primi macchinari e anche il modo di estrarre la pietra è cambiato.

Ma la pietra bianca resta ancora molto utilizzata…
È usata soprattutto in edilizia e nel restauro. Si possono ricavare pilastri, colonne, capitelli, porte e tanti altri elementi architettonici e decorativi. Non a caso è anche chiamata "pietra tenera di Vicenza", o piera morta, in contrapposizione con la piera viva che sta ad indicare il marmo.

Non deve essere stata facile la vita nelle cave: com'era?
Erano ambienti molto umidi e bui, in cui ci si muoveva grazie alla luce delle lampade a carburo, ma a differenza di quello che si potrebbe immaginare non c'era polvere, perché la pietra era intrisa d'acqua. Senz'altro un lavoro faticoso, ma come dico sempre io, si poteva fare. Personalmente comunque mi ritengo fortunato, perché ho sempre lavorato in regola per qualche impresa e facevo quindi le mie otto ore al giorno. All'epoca, però, erano in tanti a lavorare nelle cave a tempo perso, soprattutto i contadini durante i mesi invernali, quando nei campi non c'era molto da fare.

Fortunato sì, ma fino ad un certo punto.
Già, purtroppo nel 1977 un grosso blocco di pietra mi è caduto sul piede sinistro, amputandomelo di netto. Sono stato giudicato inabile al lavoro e ho dovuto smettere.

E da allora si è dedicato alla scultura…
È sempre stata una mia grande passione, sin da ragazzino. Nei ritagli di tempo, con gli scarti della pietra, ho sempre cercato di creare qualcosa. Dopo l'incidente, però, il tempo a disposizione è aumentato e questa passione ha finito con l'occupare quasi interamente le mie giornate.

Autodidatta?
Sì, certe cose si imparano con l'esperienza e guardando gli altri. Così anche nel lavoro; ho imparato ad usare il picchetto e a togliere i blocchi di pietra semplicemente osservando quello che faceva mio padre.

Come nascono le sue opere?
In modo spontaneo direi. Lascio che sia l'istinto a guidarmi. Solitamente, a seconda di com'è strutturato il blocco di pietra da lavorare, mi faccio un'idea del soggetto da creare. Ma il più delle volte cambio in corso d'opera, a seconda di quello che mi trasmette la pietra.

E tutte quelle statue e sculture che un tempo costeggiavano la cancellata rendendo la sua casa facilmente riconoscibile?
Vendute, regalate o rubate. Spesso capitava che turisti di passaggio, soprattutto francesi e tedeschi, si fermassero incuriositi e suonassero il campanello per chiedere informazioni. E così se ne andavano con qualche mio lavoro. Qualche scultura l'ho venduta anche a dei privati italiani, altre invece mi sono state rubate nella notte. Di certo non si può dire che con le mie opere mi sia arricchito, anzi. Ma come ho detto, la mia non è altro che una grande passione.

Però negli anni '90 ha partecipato anche a qualche rassegna?
Sì, alcune delle mie sculture sono state anche esposte alla fiera campionaria di Vicenza. Ora è da un bel po' che non succede, ma arrivato ad ottant'anni non è certo questa la mia priorità. Chiaro che se dovesse ricapitare e qualcuno si mostrasse interessato ai miei lavori mi farebbe piacere.

Dalla pietra al legno, il passo è stato breve e quasi obbligato.
Il legno è più facilmente recuperabile, lo vado a prendere direttamente io nei boschi qui attorno. Un ceppo, una radice, tutto può essere buono per creare qualcosa.

La natura e la quotidianità le fonti di maggiore ispirazione, ma c'è spazio anche per figure oniriche…
Come per la pietra, mi lascio condurre dall'istinto. Alle volte mi è capitato di intagliare qualche oggetto legato al mondo contadino, oppure qualche animale. Altre volte creo delle statuette che possono rappresentare un uomo, una donna o un anziano. Ma generalmente non bado troppo al significato. Lascio che ognuno sia libero di dare la propria interpretazione ai miei lavori.

Nicola Gobbo



commenti

partecipa. inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.