Cecilia Beretta, 16 anni, frequenta il liceo classico Pigafetta
12/10/2010Il Marocco è un grande tappeto berbero di pelo di cammello. Rosso papavero, nero henné, giallo zafferano, blu indaco. Ma anche kaki, come le divise dell'esercito, che diventa qui presenza rassicurante, rimasuglio di un ordine costituito che sembra quasi innaturale in questo paese di mucche scarne e boschi di cedro. È cannella, cumino, paprika, coriandolo, chiodi di garofano e harissa.
È mosaico, che nelle case di lusso ha un sapore di domus romana, come quelle di Volubilis, paese di rovine e affreschi. È gente a piedi, gente sugli asini, uomini sdraiati a vendere miele ai lati delle strade. Macchine scalcinate, dai finestrini che non si chiudono, adibite a taxi. Bilinguismo. È biscottini coloratissimi, ciambelloni zuccherosi sui quali si posano indisturbati mosche e moscerini. Caffè in stile anni Cinquanta in cui soli uomini chiacchierano sorseggiando tè alla menta. È alti e slanciati minareti che svettano isolati nella città vecchia, scacchiera disordinata, patchwork di case dai tetti piatti, dalle brillanti tegole verde acqua. È la voce cantilenante e monocorde del muezzin che richiama i fedeli, scandendo le ore, i giorni, i ritmi. L'insieme dei paesaggi, della gente, è tentacolare, dedalico, inebriante. Un continuo giro di vite. Si deve vivere ogni passo, assaporarlo. Ogni metro, ogni quartiere costituisce un unicum. Non il Marocco, ma "i Marocchi".
Se dovessi riassumerlo in una parola sarebbe: porte. Le città imperiali del Marocco non sono altro che un susseguirsi di porte. Musive, ovviamente, in cui il genio islamico delle origini ha sperimentato tutte le trentasei possibili simmetrie sul piano. Sembrano un modo adottato dal Marocco antico per riscattarsi dal Marocco odierno, fatto di mendicanti e gatti rognosi. Ogni porta ti accompagna ad un nuovo Marocco, ad un altro piccolo tassello del puzzle. A volte l'odore penetrante delle spezie, il vortice dei colori, il turbinio degli sguardi è opprimente. Sconcertante è la doppiezza, la contraddizione intrinseca nel carattere di questo paese. Un paese in cui la fierezza e il patriottismo francese lottano costantemente con il calore africano, un paese in cui il nuovo sfida quotidianamente il vecchio.
Nella Medina di Fes, la più grande zona pedonale del pianeta, è facile vedere un uomo che cavalca un mulo, parlando al telefono cellulare. Osservare bambini che si scambiano magliette con i nomi di giocatori europei dopo un gol, realizzato con un sasso avvolto di cartacce al posto del pallone. Passare accanto ad un negozio di televisori di ultima generazione, mentre sull'altro lato della strada un ragazzo spinge un carretto di legno ricolmo di rapanelli e uova, gridando: "Belek, belek".
Le genti del Marocco appaiono fiabesche. Non perché false o ipocrite, ma perché irreali, tanto da assumere a volte le tonalità del sogno. Entusiastico, insistente è il modo in cui Fatima, una donna anziana dal chador arancione cangiante, ci invita, ospitale e solenne, ad andare a pranzo da lei. Il Marocco è un paese freddo in cui il sole è caldo; in cui il tramonto è accompagnato da una brezza pungente, che trascina con sé un profumo di Sahara e di Mediterraneo. In cui il vento trasporta via i rifiuti delle discariche, svolazzanti sacchetti bianchi e azzurri tra gli alberi, come aironi impazziti. In cui in grandi bacinelle ricolme d'acqua galleggiano petali di rosa, che una mano paziente di donna rimesta ora dopo ora. È concerie, martelli che battono incessanti su pezze di pelli multicolori, è scarti gettati per terra, in giro per vicoli bui, quelli poco frequentati dai turisti.
Il caos marocchino è un caos pieno di grazia, che non gli deriva né dall'elegante e posata Francia, né dalle ambientazioni da Le mille e una notte. È la grazia dei paesi costieri, dei paesi mediterranei, la stessa grazia di Cipro, di Amalfi, di Corfù.
Mutano i colori, mutano le persone, muta il paesaggio. Resta la poesia, resta la grazia, resta la bellezza.