martedì, 22 maggio 2012

Wanat, storia di una battaglia sbagliata

Wanat, storia di una battaglia sbagliata

«Ditemi perché mio figlio è morto»

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Un video della Cbs che riprende i parà della Ederle nell'avamposto di Wanat

31/10/2009Mentre negli Usa le famiglie seppelliscono i loro morti l'esercito archivia la battaglia come il frutto di un massiccio, imprevedibile e impari attacco dei talebani (erano almeno 200) contro un piccolo avamposto (43 soldati più alcuni ingegneri e 24 militari dell'esercito afghano). Ma a scatenare la bufera è il colonnello in pensione David Brostrom, padre del tenente Jonathan, 24 anni, uno dei soldati della Ederle morti a Wanat. Perché lui, 30 anni nell'esercito come pilota di elicotteri, è sicuro che i nove parà della 173a sono morti per gli errori, la superficialità e la cattiva condotta dei comandanti. Che dopo, dice, hanno anche tentato di nascondere la realtà dei fatti. Come la strategia sbagliata e troppo aggressiva, l'assenza di intelligence e i pessimi rapporti con la popolazione oltre che le armi inadeguate, la sottovalutazione del pericolo, la scarsità di rifornimenti.

Insomma a lui e ad altri genitori le parole del colonnello Charles Preysler, comandante della 173a, su quello scontro feroce non vanno proprio giù: «A Wanat – dice Preysler - non è successo nulla di anomalo, è stata una battaglia come altre...».

Ma Brostrom senior, mai convinto di come si sono svolte le cose in quella valle arida e sperduta al confine con il Pakistan, si rivolge al senatore democratico Jim Webb, membro del dipartimento della Difesa ed ex marine nel Vietnam. Da lì arrivano al generale David Petraeus, responsabile del Comando centrale Usa per l'area del Medio Oriente. Petraeus li ascolta e ordina una nuova inchiesta, affidata al generale Natonski della Marina Usa (una specie di ufficiale-investigatore come nella serie tv Jag Avvocati in divisa). Nuova perché ce n'era già stata una di inchiesta ufficiale, firmata dall'esercito. Che però aveva assolto tutti: nessun errore dei comandanti, è la conclusione del rapporto, i ribelli afghani quella mattina erano troppi e stop.

Solo che David Brostrom non ci crede. L'esercito, spiega, non ha mai indagato a fondo sulle scelte che hanno portato una piccola unità come quella del figlio ad essere spedita in una zona così pericolosa. In un momento, poi, in cui si stava organizzando il rientro a casa (il plotone del giovane Brostrom stava per tornare a Vicenza ma fu invece mandato d'urgenza a Wanat). «Ci sono 9 soldati morti, 27 feriti, un intero plotone decimato – dice l'ex colonnello rispondendo così a Preysler–. E l'esercito non sa dire cosa sia andato storto laggiù». Mentre a lui tornano in mente le parole che il figlio dice ad un amico dopo aver saputo che lo spediscono a Wanat: «We are going to get fucked up», in sintesi «Siamo fottuti». Il giovane tenente, tra l'altro, continuò a lamentarsi per quella missione pericolosa anche con i suoi compagni (lo racconteranno più tardi agli investigatori) e con alcuni ufficiali.

Non è solo, Brostrom senior. Anche Kurt Zwilling, padre del soldato Gunnar, 20 anni, ucciso nell'avamposto maledetto, ha scritto al Pentagono. Per chiedere di investigare «sulla possibilità che i quattro comandanti coinvolti (sono del 2° battaglione, 503°, 173a e Combined joint task force-101) abbiano mancato al loro dovere». Perché, ricorda Kurt Zwilling «prima di partire per Wanat mio figlio disse che si trattava di una missione suicida e che “papà, laggiù sarà un bagno di sangue”». Scaramanzia o semplice buon senso?

A chiedere una seconda inchiesta è anche Frankie Gay, padre del soldato Pruitt Allen Rainey, sempre vittima dell'assedio di Wanat. Gay tra l'altro è un convinto sostenitore dell'esercito e della guerra in Afghanistan: «Se i comandanti si fossero scusati per la morte di mio figlio dicendo “abbiamo commesso degli errori” non avrei mai chiesto un'altra inchiesta. Invece dicono che gli dispiace tanto, ma non mi hanno mai spiegato come è morto il mio ragazzo». Anzi. Gay un giorno parla al telefono con il colonnello William Ostlund, comandante della 503a airborne infantry e gli chiede perché il giorno prima dell'attacco l'Uav, l'aereo senza pilota in grado di controllare la zona dall'alto, era stato richiamato a terra. Risposta: «Ci serviva in un'altra zona più a rischio». Ma nel primo rapporto dell'esercito sull'attacco si legge che l'Uav era a terra «a causa del cattivo tempo». Di nuovo confusione e bugie. E Frankie Gay adesso la vuole, quella nuova inchiesta.

Per i familiari dei soldati uccisi al dolore si aggiunse poi la beffa: subito dopo il devastante attacco di Wanat il mini-avamposto in fondo alla Waygal valley fu abbandonato perché considerato troppo insicuro. E inutile. Come nelle sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale: centinaia di morti per difendere una trincea su una montagna, per poi ritirarsi, riconquistarla, riperderla. E non avanzare di un metro. Tanto che ancora oggi quella valle afghana è considerata una “no-go zone” per le forze Usa. Insomma là non ci mettono più piede, anche perché gli alti comandi americani hanno scoperto che conviene di più difendere grandi città e villaggi piuttosto che disperdersi in zone remote. E allora perché sacrificare tanti uomini per una valle sperduta e nemmeno tanto strategica?



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